Il cortocircuito delle parole: difendere Giovan Battista Brunori significa difendere la realtà
di Vito Anav - 29 Luglio 2026 alle 11:25
L’aggressione mediatica contro il corrispondente Rai, Giovan Battista Brunori, è il sintomo di una patologia culturale profonda. Venerdì scorso, nei pressi di Nablus, un gruppo di civili israeliani composto da famiglie, anziani e bambini è stato brutalmente assalito da militanti palestinesi. Nel caos, un militante ha strappato l’arma a un addetto alla sicurezza e ha aperto il fuoco uccidendo due israeliani. Brunori ha semplicemente riportato la cronaca descrivendo le vittime per ciò che erano nel momento dell’attacco: escursionisti. Questa definizione oggettiva ha scatenato un linciaggio politico e social, culminato nelle minacce di interrogazioni parlamentari da parte di esponenti politici – come Peppe De Cristofaro – e in ignobili attacchi personali estesi persino alla moglie del giornalista.
Il vocabolario è stato capovolto: siamo in pieno paradosso semantico. I detrattori di Brunori sostengono che usare la parola “escursionista” sia una copertura propagandistica, pretendendo che ogni israeliano oltre la Linea Verde debba essere marchiato a prescindere come “colono” illegale o provocatore. Questo sdoganamento di termini tendenziosi genera un autogol logico e linguistico clamoroso. Se si consulta il Vocabolario Treccani, la definizione ufficiale recita. Escursionista: «Chi fa escursioni, cioè gite, viaggi o passeggiate di breve durata a scopo turistico, ricreativo, sportivo o culturale». Il paradosso visivo e concettuale è evidente. Le vittime erano famiglie impegnate in una gita all’aperto. Negare loro la qualifica di escursionisti solo in virtù della loro nazionalità o del luogo geografico in cui si trovavano significa attuare una pericolosa deumanizzazione linguistica. Crolla così il concetto stesso di parola, che viene piegato all’ideologia.
Il clima diffamatorio che pervade una parte del giornalismo e della politica, sia in Italia che nel mondo, si muove secondo schemi fissi e generalizzazioni sistematiche di stampo antisemita, spesso mascherate da antisionismo: ogni civile israeliano diventa automaticamente un colono usurpatore. Ogni giovane israeliano viene dipinto come un aggressivo soldato d’occupazione. Ogni ebreo è ridotto allo stereotipo dell’ultraortodosso fanatico. Ogni vittima perde il diritto al lutto e alla verità di cronaca se è israeliana. Pretendere il licenziamento o la censura di un professionista stimato come Giovan Battista Brunori perché si rifiuta di applicare categorie ideologiche a dei bambini e a degli anziani aggrediti significa voler sostituire la cronaca con la propaganda. Esprimere piena solidarietà a Brunori e alla sua famiglia non è una scelta di parte, ma un atto di resistenza in difesa della verità, della dignità umana e del vocabolario.
Quando la politica o il coro dei social pretendono di imporre i termini da utilizzare ai cronisti sul campo, l’obiettivo reale non è la precisione linguistica, ma il controllo del pensiero. Attaccare la libertà di stampa e di espressione significa minare le fondamenta stesse della democrazia e azzerare ogni possibilità di confronto civile. Se un giornalista viene linciato pubblicamente per non essersi piegato alla narrazione dominante, si crea un precedente pericoloso: l’informazione si trasforma in propaganda di regime e il dissenso viene criminalizzato. Una società democratica si misura dalla sua capacità di tutelare il diritto di cronaca, specialmente quando descrive una realtà complessa che scardina i dogmi ideologici precostituiti.
In questo contesto si inserisce una manipolazione semantica asimmetrica e profondamente violenta. Se un cittadino in gita perde il diritto di essere definito “escursionista” per il solo fatto di essere un ebreo in Israele, si spalancano le porte a una generalizzazione disumanizzante. Diventa così accettabile e sdoganato, nel dibattito pubblico, che ogni israeliano sia etichettato come colono, ogni ebreo dipinto come un intollerante ultraortodosso e ogni agricoltore ridotto a usurpatore di terre altrui. Questa asimmetria non è casuale: serve a privare l’individuo della sua specificità umana e civile, trasformandolo in un bersaglio legittimo. Se le parole perdono il loro significato universale e diventano armi selettive, a crollare non è solo la correttezza dell’informazione, ma l’etica stessa del nostro vivere civile.