Israele, oltre la narrazione: la storia contro i pregiudizi

di Clelia Castellano - 12 Agosto 2026 alle 15:34

Per l’editore De Ferrari di Genova, è uscito un libro molto interessante di Roberto Sinigaglia, già direttore del Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia e Presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova (CISI).

L’autore, che per anni ha insegnato storia della Russia e dell’Europa orientale, appare uno storico non aduso a scovare per forza nemici dove non ci sono, bensì a cercare di ricostruire i fili della storia, senza scadere né nel buonismo né nel complottismo. Con coraggio, Sinigaglia si lascia ispirare da una frase dello psichiatra israeliano Zvi Rex, con cui apre il volume: «L’Europa non perdonerà mai gli ebrei per Auschwitz». Guardando l’indice, e addentrandosi nella lettura, immediatamente ci si rende conto che l’autore si interroga su capovolgimenti, distorsioni, differimenti e improbabili peregrinazioni di quei bocconi di verità che, in qualche modo, dovrebbero sopravvivere a ogni evento bellicoso o traumatico. Un libro, quindi, necessario per riscrivere e correggere narrative distorte, che hanno scelto spesso, come punto zero del mainstream, la rimozione inconsapevole o la cancellazione dolosa del massacro del 7 ottobre – massacro barbarico e strategico, cui è seguita spesso una narrazione strategica persino forse più barbarica; un ottuso silenzio, intellettuale quanto istituzionale, che nei peggiori dei casi ha negato la fondatezza di quella seconda Shoah, e nei migliori l’ha liquidata come poetico atto di resistenza. Invece l’autore, col rigore dello storico, riparte dai nodi recisi dalla propaganda pervasiva che è seguita, con straordinario tempismo, a quell’orribile mattanza. E smonta sia il mito del buonismo equidistante che quello della proporzionalità, discutibilmente trasformati in argomenti dialettici da una narrazione dominante che ha oscillato per mesi tra l’ignoranza e l’antisemitismo, seguendo un copione già in gran parte prefigurato.

È un libro che non si esaurisce in una vis polemica istantanea, ma tenta una ricucitura seria, ricostruendo, a partire in particolare dal 1919, il tema del diritto all’esistenza di Israele: una nazione la cui fondazione non è la risposta alla Shoah o al 7 ottobre. Comprendere questo passaggio consente una rilettura dell’attuale conflitto, disvelando, senza falsa diplomazia, quella componente di antisemitismo islamico la cui portata distruttiva l’Occidente pare voler ignorare per preservare una quiete apparente. Le diramazioni dei tunnel di Gaza, si scopre andando avanti in questa lettura politica e storiografica intelligente, si dipanano ben oltre la Striscia e si annodano, attraverso traiettorie insospettabili, sino a raggiungere le aule dei grandi atenei occidentali, Harvard compreso.

È invece importante superare il mito del risarcimento come causa e giustificazione dell’esistenza di Israele, Paese peraltro non tanto più giovane della stessa Italia, per sostituire a una narrazione ideologica presupposti di storia e di diritto internazionale, e leggere la questione palestinese con equilibrio, fra tentativi di pace e opportunità mancate, nel clima di reciproca diffidenza principalmente fomentato dalle componenti radicali islamiche. In un capitolo che, infatti, l’autore intitola “Le radici storiche dell’antisemitismo islamico e la narrazione di Hamas”, si interroga senza mezzi termini sull’antisemitismo in Occidente, fra antichi e persistenti pregiudizi, che, bucando la rete della storia, si tramandano da secoli, e nuove inattese manifestazioni, che in qualche modo ne costituiscono il prolungamento.

Un libro consigliato per uscire dal pregiudizio affrontando verità scomode, comprendendo le ragioni del diritto di Israele alla difesa, che non può essere semplicemente liquidato dalla retorica della proporzionalità, retorica peraltro rarefatta dai dati demografici dell’ultimo decennio. Due interi capitoli sono dedicati ai rifugiati e agli insediamenti e il volume si conclude con due possibili risposte, due analisi che seguono ragionamenti diversi. In un primo si affronta il tema dei due popoli, due Stati come illusione impossibile, nel vortice del conflitto; in un secondo, “Due popoli, due Stati: sì”, l’autore cerca di comprendere, al di là della propaganda e dei pregiudizi, la percorribilità di una pace ormai divenuta imprescindibile, per tutte le parti coinvolte.

Il volume si conclude con una coraggiosa denuncia della crisi dell’Occidente, in un’Europa che, se non sembra assente così come la definisce l’autore, senz’altro si è assai rarefatta. Un libro comunque improntato alla costruzione possibile, dopo un’attenta ricostruzione storica, necessario come quelle medicine noiose che danno qualche effetto collaterale (riduzione della zona di comfort retorico, fatica intellettuale, ripensamenti), ma poi guariscono le piaghe. Se ne consiglia la lettura a coloro che desiderano guarire dal morbo della semplificazione demenziale e uscire dai luoghi comuni.

Il grande archivio di Israele

Abbonamenti de Il Riformista

In partnership esclusiva tra il Riformista e JNS

ABBONATI
0
Esprimete la vostra opinione commentando.x