Antisemitismo: perché questo DDL non basta
di Luigi Yitzhak Diamanti - 10 Settembre 2026 alle 14:11
Una legge seria deve riconoscere l’antisemitismo contemporaneo, applicare davvero i parametri IHRA e prevedere strumenti concreti per contrastarlo
In queste ore assistiamo a manifestazioni e prese di posizione contro il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo. C’è chi sostiene che il provvedimento limiterebbe la libertà di critica nei confronti di Israele e chi arriva a considerare problematica la stessa adozione della definizione IHRA.
A mio avviso il problema è quasi opposto.
Il testo oggi all’esame della Camera rischia di essere presentato come una grande legge contro l’antisemitismo quando, nella sua concreta struttura, e’ molto meno incisivo di quanto il titolo lasci intendere.
Occorre partire dai fatti.
Il DDL n. 1004, approvato dal Senato il 4 marzo 2026, adotta formalmente la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance nel 2016 e precisa che sono compresi anche i relativi indicatori.
Questo è un punto positivo. L’IHRA è essenziale proprio perché consente di comprendere una trasformazione fondamentale dell’antisemitismo contemporaneo l’odio contro gli ebrei non si manifesta più soltanto attraverso il vecchio repertorio razziale, religioso o neonazista. Può manifestarsi anche attraverso la demonizzazione collettiva dello Stato ebraico, il doppio standard applicato esclusivamente a Israele, la negazione al popolo ebraico del diritto all’autodeterminazione o l’utilizzo contro Israele di immagini e stereotipi tradizionalmente antisemiti.
Il problema nasce quando Israele smette di essere criticato come qualsiasi altro Stato e diventa l’unico Stato del mondo al quale viene contestato il diritto stesso di esistere.
Ed è proprio qui che una legge italiana contro l’antisemitismo dovrebbe essere inequivocabile.
Il DDL contiene una definizione, istituisce una Strategia nazionale triennale, prevede attività di monitoraggio, iniziative nella scuola e nell’università, interventi contro l’antisemitismo in rete, campagne informative e attività nel mondo dello sport.
Ma una domanda rimane inevitabile cosa accade concretamente quando viene commesso un atto di antisemitismo individuato secondo quei parametri?
Il testo approvato dal Senato non costruisce una nuova disciplina organica delle sanzioni. Non introduce, nel proprio articolato, un sistema specifico di conseguenze penali o amministrative per le diverse manifestazioni di antisemitismo che intende contrastare.
La legge rischia così di essere molto forte nella proclamazione dei principi e assai più debole nel momento della loro applicazione.
Una definizione operativa serve proprio a riconoscere un fenomeno. Ma riconoscerlo senza stabilire con sufficiente chiarezza quali strumenti debbano scattare nei casi più gravi significa lasciare una parte decisiva del problema irrisolta.
Troppa attuazione affidata alla “Strategia”
Il secondo problema riguarda l’architettura del provvedimento.
Una parte considerevole dell’azione concreta viene affidata alla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, elaborata dal Coordinatore nazionale e adottata dal Consiglio dei ministri.
Il Coordinatore e il gruppo tecnico hanno certamente una funzione importante. Ma una legge dovrebbe stabilire con la massima precisione possibile quali sono i diritti tutelati, gli obblighi delle istituzioni e gli strumenti da utilizzare.
Non può essere la successiva attività amministrativa a determinare l’effettiva forza della tutela.
Altrimenti rischiamo di avere oggi una Strategia incisiva e domani, con un diverso Governo, un’interpretazione assai più debole.
La protezione degli ebrei italiani dall’antisemitismo non può dipendere dall’indirizzo politico del momento.
C’è poi un punto che considero particolarmente significativo.
Il DDL contiene una clausola di invarianza finanziaria: dall’attuazione della legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e le amministrazioni devono operare utilizzando le risorse già disponibili.
È legittimo chiedersi come sia possibile promettere monitoraggio, formazione nelle scuole, attività nelle università, interventi nel mondo digitale, campagne informative e iniziative sportive senza destinare risorse nuove e specifiche.
Il contrasto all’antisemitismo non può essere soltanto una dichiarazione di principio.
Servono persone formate, strutture, monitoraggio, educazione, sicurezza e capacità di intervento.
Tutto questo ha inevitabilmente un costo.
Se consideriamo realmente l’antisemitismo una minaccia alla convivenza civile e alla sicurezza della Repubblica, dobbiamo avere anche il coraggio politico di investire risorse adeguate per combatterlo.
Esiste infine una questione che non possiamo più evitare.
Dopo il 7 ottobre abbiamo visto nelle piazze, nelle università e sui social network slogan e rappresentazioni contro il Governo israeliano.
La negazione dell’autodeterminazione del popolo ebraico, la demonizzazione sistematica di Israele, l’utilizzo di doppi standard, l’attribuzione collettiva agli ebrei delle responsabilità attribuite allo Stato di Israele e la riproposizione di antichi stereotipi antisemiti utilizzando Israele come nuovo bersaglio non possono essere ignorati.
Si deve riconoscere che l’antisionismo è una forma di antisemitismo quando utilizza precisamente quei meccanismi di demonizzazione, discriminazione e negazione individuati dall’IHRA.
Non vogliamo una legge simbolica
Chi combatte l’antisemitismo non dovrebbe accontentarsi di una legge purché ci sia.
Non basta inserire la parola IHRA nel testo.
Occorre fare in modo che i suoi parametri abbiano una reale funzione nella formazione, nel monitoraggio, nelle istituzioni e, nei casi previsti dall’ordinamento, nell’individuazione e nella repressione delle condotte illecite.
Occorrono procedure chiare per le università e le scuole.
Occorrono strumenti efficaci contro le minacce e le campagne antisemite online.
Occorrono protezioni concrete per le comunità ebraiche.
E occorrono risorse adeguate.
Per questo non condivido né chi vuole cancellare il DDL perché considera persino l’IHRA una minaccia alla libertà, né chi pensa che sia sufficiente approvare il testo così com’è e dichiarare risolto il problema.
Noi abbiamo bisogno di una legge migliore.
Una legge che adotti pienamente l’IHRA, che ne preservi con chiarezza gli indicatori, che distingua rigorosamente la critica politica dall’antisemitismo e che trasformi quei principi in strumenti realmente applicabili.
L’antisemitismo del XXI secolo non può essere combattuto con formule di circostanza.
Serve una legge seria, precisa, finanziata e capace di incidere nella realtà.
Perché contro l’antisemitismo le dichiarazioni non bastano.