Dall’antico Israele alla guerra di Gaza: storia, esilio e ritorno

di Marco Del Monte - 20 Settembre 2026 alle 13:27

Da quattro anni ormai, tra tutte le guerre in essere due soltanto fanno notizia: la guerra in Ucraina e la guerra a Gaza.

Quest’ultima ha l’esclusiva assoluta per una serie di fattori, il più importante dei quali è il coinvolgimento del mondo ebraico, che viene percepito, dovunque, come un’entità a sé stante, piccola ma in grado di far vacillare anche gli imperi più solidi.

Gli ebrei hanno avuto un loro Stato per un tempo molto breve, se paragonato ai quasi quattromila anni di esistenza; ciò non toglie che consistenti nuclei ebraici siano rimasti nella terra di Canaan, dalla discesa di Abramo in poi, nonostante le deportazioni e le numerose uccisioni (massacri in tutti i sensi) operate dai popoli vincitori.

La prima scintilla ebraica può essere collocata al 1800 a.C. circa, quando un avo di Abramo, Eber, cominciò ad allontanarsi per brevi periodi dalla sua casa, che in effetti era situata al di là del fiume rispetto a Canaan, probabilmente per commercio. Eber, quindi, non sarebbe un nome proprio, ma un appellativo che significa “uomo che viene da di là del fiume”. Da Eber potrebbe derivare “ebreo”.

Terach, padre di Abramo, discendeva da Eber, la cui genealogia risale a Sem, il figlio di Noè che dà origine al ramo dei semiti; ad un certo punto della sua vita Terach decise di lasciare tutto per andare a vivere nel paese di Canaan, ma morì per strada e suo figlio Abramo continuò il viaggio, durante il quale incontrò D-o.

Il “primo ebreo”, in senso religioso ebbe un brutto approccio con il mondo esterno, perché fin dai primi momenti le popolazioni che incontrava lo consideravano uno straniero e lo percepivano come una potenziale minaccia.

Fino al 1050 a.C., all’incirca, anno di elezione del primo re di Giuda, Saul (della tribù di Beniamino), gli Ebrei erano nomadi e apolidi.

Il Regno di Giuda durò solo tre generazioni, cioè fino alla morte di Salomone (930 a.Ch.); dopo di lui il regno si divise in regno di Israele a nord (re Geroboamo, della tribù di Efraim) e regno di Giuda al sud (re Roboamo, figlio di Salomone, della tribù di Davide).

Il regno di Israele ebbe fine nel 722 a.Ch. quando, per mano degli assiri, comandati da Sennacherib, principe ereditario del re Sargon II, cadde Samaria (la capitale); questo “generale”, divenuto a sua volta re assediò Gerusalemme nel 701 a.C. senza riuscire a conquistarla.

Il regno di Giuda, tra alterne vicende, finì, materialmente, nel 586 a.C. per mano di Nabuccodonosor II, imperatore di Babilonia.

Dopo la caduta dell’ultimo re di Giuda (Matanià, cui Nabuccodonosr impose il nuovo nome Sedecia, in segno di vassallaggio) gli ebrei dovettero sopportare varie dominazioni, fino a che nel 445 a.C. Esra e Neemià, tornati dall’esilio in Persia, instaurarono una sorta di governatorato, che durò fino al 37 a.C. quando iniziò il regno di Erode il Grande.

Il regno ebraico divenne un protettorato romano, che durò fino al 73, dopo che nel 70  fu distrutto il secondo Tempio. La durata di uno stato ebraico, quindi è di circa 1000 anni, cioè un quarto dell’esistenza degli ebrei stessi.

Chiusa, quindi, questa “breve parentesi”, il popolo ebraico si disperse ai quattro angoli del mondo, integrandosi con vari popoli (goyim) e culture; ancora adesso si usa il termine “goy, plurale goyim”, per indicare i non ebrei.

La profezia su quanto sarebbe accaduto si trova nel quarto libro di Mosè (Numeri, cap. 24) e venne pronunciata dal mago Bilàm, cooptato dai Midianiti perché maledicesse il popolo di Israele.

Questo “mago” profetizzò lo svolgimento della storia del popolo ebraico, che passerà sotto il dominio degli Stati che si sarebbero avvicendati nei secoli; Bilam parla degli Assiri, sconfitti dai Babilonesi, che saranno sconfitti dai Persiani, a loro volta sconfitti da Edòm (Roma).

Il popolo ebraico si trovò, quindi, a vivere queste vicende come uno straniero in casa sua.

L’altra faccia della medaglia, però, era (ed è) che i vincitori vedevano sempre gli ebrei come un nucleo compatto ed estraneo, tano da considerare questo nucleo come un pericolo con cui fare i conti, da cui l’isolamento e la discriminazione.

Gli ebrei, però, nel complesso, hanno sempre mantenuto la loro dignità, cercando di non dimenticare mai del tutto i propri usi e costumi. Al riguardo, una delle cose che Terach insegnò a suo figlio Abramo fu che il D-o che andavano cercando non aveva bisogno di essere rappresentato in un idolo da portarsi dietro come un violino, perché viveva in ogni uomo.

Facendo un salto storico arriviamo al 610, anno in cui si colloca la nascita della religione musulmana, con la quale l’Occidente ha tuttora i suoi problemi, per evidenziare che, a parte l’uso di convertire gli infedeli o ucciderli (tertium non datur), questa fede insegna la supremazia delle armi e la taqiyya, cioè la “menzogna ammessa per fede”.

Questa pratica consente di non tener fede ai patti e di non rispettare gli impegni, mentre la prima è totalizzante e non permette di accontentarsi di una parte soltanto di un paese che si ritiene islamico; da cui il rifiuto totale di resa o di spartizione di territori.

Da ciò discende pure che il musulmano non considera mai se stesso né colpevole, né responsabile di quello che gli accade intorno e che sovente lui stesso provoca.

Qualche esempio: a Gaza c’è siccità perché Israele ruba l’acqua; nessuno ha la sua terra perché Israele la occupa; tutti sono profughi o discendenti di profughi perché gli ebrei li hanno scacciati; si muore di fame perché Israele non dà i viveri e si muore di freddo perché non dà il combustibile e così via.

Ma non si sente mai dire che Israele è andato via da Gaza nel 2005, lasciando serre, giardini, impianti di dissalazione e ospedali, mentre dopo vent’anni oggi ci sono solo tunnel e miseria: questione di dignità.

Il grande archivio di Israele

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