Altro che giornalisti e operatori umanitari: Israele ha ucciso i terroristi di Hamas. Danon mette l’Onu spalle al muro
di Enrico Cerchione - 4 Luglio 2026 alle 08:21
Il 29 giugno Danny Danon, ambasciatore israeliano all’ONU, durante una riunione del Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente e questione palestinese, ha fatto qualcosa di molto semplice e molto scomodo. Potremmo definirlo situazionismo televisivo. Invece di un ennesimo e inascoltato discorso diplomatico, ha mostrato foto ingrandite di tre persone di Gaza presentate per mesi come giornalisti o operatori umanitari uccisi da Israele. Poi ha girato le immagini e ha rivelato la loro vera identità: terroristi di Hamas, cecchini dell’ala militare, comandanti della Nukhba. Il “quiz” era chiaro e sostanzialmente binario: terrorista o giornalista? Dipendente UNRWA o comandante di Hamas?
Uno dei casi citati è quello di Ahmed Wishah, cameraman di Al Jazeera ucciso a fine giugno a Bureij. Per giorni è stato pianto come giornalista caduto sotto i bombardamenti israeliani. Danon ha ricordato che lo stesso sindaco e sciagura di New York, Zohran Mamdani, lo aveva presentato come tale. Le prove israeliane (documento di Hamas, immagini con il fucile di precisione e la bandana jihadista) dicono ben altro: Wishah era un cecchino dell’ala militare di Hamas. Un altro caso riproposto è quello di Mohammad Abu Itiwi, dipendente UNRWA dal 2022. Il Segretario Generale António Guterres (quello del 7 ottobre che “non veniva dal nulla”) lo aveva definito pubblicamente “un altro dei nostri colleghi”, intendendo forse freudianamente “collega sostenitore dei terroristi”. Infatti era un comandante della Nukhba coinvolto direttamente nel massacro del 7 ottobre: guidò l’attacco a un rifugio dove furono uccise sedici persone e rapite quattro. Anche il terzo caso, Mohamed Naser Abu Huwaidi, (dichiarato “Giornalista” di Al-Istiklal, la cui uccisione era stata condannata dall’UNESCO) Danon lo ha incluso tra quelli con legami certificati con Hamas.
Danon non ha fatto altro che documentare, con nomi e volti, ciò che Melanie Phillips (ex Guardian poi Spectator perché nauseata dall’ambiente antisemita di lavoro) denuncia da anni: Hamas lancia una fake news, Al Jazeera la rilancia come verità, le ONG la trasformano in accusa non verificata, l’ONU la fa propria e condanna Israele. Poi, quando la verità emerge, spesso settimane o mesi dopo, non arrivano correzioni, scuse o ritrattazioni. Si passa oltre. Israele resta sul banco degli imputati in attesa di archiviazione, ma comunque colpevole. Dopo il 7 ottobre, gruppi terroristici palestinesi hanno ammesso in necrologi ufficiali che diversi “giornalisti” uccisi a Gaza erano in realtà combattenti delle loro fila. Il Committee to Protect Journalists sta facendo retromarcia e ha già rimosso diversi nomi dal suo conteggio. Infatti il 25 giugno (meglio tardi che mai) il CPJ ha annunciato una revisione completa del proprio database proprio perché Hamas e Jihad Islamica Palestinese hanno pubblicato necrologi ufficiali in cui alcuni “giornalisti” uccisi risultavano combattenti delle loro fila. Ma il danno è stato fatto. Le immagini, le accuse, le condanne sono rimaste. L’antisemitismo che ne è seguito ha trovato terreno fertile proprio in questa assenza di dubbio: se tutto ciò che viene da Gaza è vero per definizione in quanto Paese “oppresso”, allora Israele è per definizione colpevole.
L’Occidente ha accettato questo cortocircuito informativo come se fosse normale. Ha trasformato la propaganda di un’organizzazione terroristica (che usa deliberatamente civili come scudi e la propria popolazione come arma di comunicazione) in fonte primaria di informazione. Ha permesso che le stesse organizzazioni che dovrebbero verificare i fatti diventassero amplificatori di menzogne. Ha tollerato che l’ONU, nata per difendere la pace e la verità, si facesse veicolo di narrazioni confezionate a Gaza, con l’aiuto di screditate Special Rappourter. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’ondata di antisemitismo senza precedenti nel dopoguerra, soprattutto nelle università e nelle strade delle capitali occidentali. Israele, dal primo giorno dopo il 7 ottobre, è stato messo sul banco degli imputati. Eppure continua, inesorabilmente, a smascherare le menzogne una dopo l’altra. Non perché sia perfetto (nessuna democrazia in guerra lo è), ma perché ha interesse a distinguere tra combattenti e civili. Hamas, al contrario, ha interesse a confonderli. L’Occidente, invece, sembra aver perso la capacità di recepire informazioni che disturbano il mainstream. È come se una parte della sua élite intellettuale e mediatica avesse deciso che la verità è un optional quando contraddice la narrazione dominante. Questa autofagia morale (ovvero un consumo progressivo dei propri principi di verità, dubbio e onestà intellettuale) sta producendo un declino culturale e politico che va ben oltre il Medio Oriente. Quando una civiltà smette di distinguere tra fatto e propaganda, tra vittima e carnefice, tra terrorista e giornalista, ha già iniziato a perdere se stessa.
Danon ha fatto un gesto tra il provocatorio e il didattico, e con la calma che lo contraddistingue ha mostrato cosa sia l’ipocrisia e che il re è nudo. La domanda è se l’Occidente e soprattutto le sue forze progressiste accecate da ideologie abbiano ancora la forza, o la volontà, di vedere.