Chi era Larijani, l’uomo forte di Teheran: scompare l’ultimo grande architetto del regime iraniano

di Redazione - 18 Marzo 2026 alle 08:02

di Free4Future

Ali Larijani è stato ucciso nella notte tra lunedì 16 e martedì 17 marzo 2026 in un attacco aereo israeliano su Teheran. Lo ha annunciato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, con la consueta brutalità retorica del conflitto in corso: “Larijani e il comandante dei Basij sono stati eliminati stanotte e si sono uniti al capo del piano di distruzione, Khamenei, nelle profondità dell’inferno”. Non è un caso che proprio il New York Times, nelle settimane precedenti, avesse ricostruito la centralità di Larijani attraverso una lunga inchiesta basata su interviste con funzionari, militari e diplomatici iraniani: era lui il perno attorno al quale il regime si stava riorganizzando dopo gli attacchi israelo-americani del giugno 2025, lui il garante che un sistema di comando sopravvivesse anche in caso di nuovo attacco. Khamenei, si scoprì allora, aveva già previsto quattro livelli di successione per ogni ruolo chiave. Larijani era in cima alla lista dei sostituti civili.

I “Kennedy dell’Iran”

Per capire chi fosse Ali Larijani occorre prima capire la famiglia a cui apparteneva. Nel 2009 la rivista Time aveva coniato un’espressione destinata a restare: i Larijani erano i “Kennedy dell’Iran”. Una dinastia religiosa e politica nata a Najaf, in Iraq, la città santa dello sciismo mondiale, dove Ali nacque nel 1958. Suo padre, il grande ayatollah Mirza Hashem Amoli, era un eminente studioso che aveva lasciato l’Iran negli anni Trenta per ragioni politiche. Con la Rivoluzione del 1979, la famiglia tornò al centro della scena. Ali era il più noto, ma non l’unico. Suo fratello Sadeq Larijani ha guidato per oltre un decennio la magistratura iraniana ed è oggi a capo del Consiglio di Discernimento dell’Utilità, organo che supervisiona la nomina della nuova Guida Suprema. Un altro fratello ha seduto nell’Assemblea degli Esperti. Il clan Larijani aveva, insomma, un piede nel potere giudiziario, uno in quello legislativo, uno nella sicurezza nazionale e uno nei gangli più alti del clero sciita.

Il cursus honorum: dal nucleare al Parlamento

La carriera di Ali era stata costruita mattone su mattone all’interno del sistema. Laurea in matematica al Politecnico di Sharif, dottorato in filosofia occidentale all’Università di Teheran con una tesi su Immanuel Kant: un profilo intellettuale insolito per un apparatchik della Repubblica islamica. Dopo aver militato nelle Guardie rivoluzionarie nei primi anni Ottanta, aveva percorso tutti i gradini del potere: ministro della Cultura sotto Rafsanjani, direttore della radiotelevisione di Stato per dieci anni, capo negoziatore sul nucleare tra il 2005 e il 2007, presidente del Parlamento per dodici anni consecutivi — dal 2008 al 2020. Era stato tra i protagonisti dell’accordo nucleare del 2015, il JCPOA, che l’Amministrazione Trump avrebbe poi stracciato nel 2018.

L’epurazione e il grande ritorno

Non era tutto rose e fiori, nemmeno per i Larijani. Tra il 2021 e il 2024 il clan aveva subìto una fase di emarginazione: Ali era stato escluso dalle presidenziali due volte, con decisioni definite dallo stesso Larijani “non trasparenti”, apparentemente penalizzato per la presenza di familiari residenti in Occidente. Erano gli anni dell’ascesa degli ultraconservatori, con Ebrahim Raisi al potere e la logica della “purificazione ideologica” imperante. La morte di Raisi nell’incidente in elicottero del 2024 e, soprattutto, la guerra dei dodici giorni contro Israele del giugno 2025 — che aveva decimato i vertici militari iraniani e dimostrato l’incompetenza gestionale degli ideologi — avevano rimescolato le carte. Khamenei aveva compreso che servivano i tecnici, non i predicatori. In agosto 2025 Larijani tornava al vertice del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Nei mesi successivi aveva oscurato persino il presidente Pezeshkian: era lui a parlare in televisione, lui a volare a Mosca, a Doha, a Muscat per i negoziati indiretti con Washington sul nucleare.

L’uomo forte dopo Khamenei

Con l’assassinio di Khamenei il 28 febbraio 2026 nell’attacco coordinato Usa-Israele, Larijani era diventato il volto della resistenza del regime. Non poteva aspirare alla carica di Guida Suprema — non era un religioso — ma esercitava un potere reale che il nuovo Leader, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah e mai apparso in pubblico dopo la sua nomina, sembrava incapace di incarnare. Si vociferava che Larijani stesse anche manovrando per far insediare il fratello Sadeq al vertice del sistema religioso. Venerdì 14 marzo era ancora in piazza a Teheran per le manifestazioni del Quds Day, circondato da esplosioni in lontananza. Tre giorni dopo, era morto. Con lui scompare l’ultimo grande tessitore della Repubblica islamica: l’uomo che aveva conosciuto Kant e Suleimani, che aveva negoziato con l’Europa e comandato le Guardie, che era sopravvissuto a trent’anni di epurazioni e ritorni. L’Iran si trova ora davanti a un vuoto di potere senza precedenti nella sua storia.

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