Dal deicidio al genocidio: l’Occidente travolto da un’ondata di antigiudaismo

di Marco Del Monte - 11 Luglio 2026 alle 17:43

Sono passati più di ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, che ha avuto come tragico corollario l’evento epocale della Shoah. Shoah, tradotto in termini comprensibili, significa “sterminio scientifico della razza ebraica”. Il vocabolo “razza” è la vera novità, non tanto e non solo per amore di filologia, ma perché una razza non può confondersi con un popolo, che può essere composto da più etnie. Né, d’altra parte, per caratterizzare un popolo occorre che tutti gli individui che ne fanno parte abbiano la stessa religione. L’uso di questo vocabolo è già di per sé un’offesa; pensiamo a Rigoletto dell’omonima opera, quando, rivolgendosi ai cortigiani del Duca di Mantova, li apostrofa con l’espressione “cortigiani, vil razza dannata”.

Con questi presupposti oggi tocchiamo con mano che gli odiatori della “razza ebraica” sono di nuovo usciti allo scoperto, come un fiume carsico, ingrossato da 80 anni di relativo sopore. Il problema più serio, attualmente, è che questi novelli “nazisti” non sanno nemmeno chi sono veramente gli ebrei, che per loro costituiscono un’entità malvagia a prescindere. Gli ebrei, da sempre, pure quando hanno avuto i “loro Regni”, non vivevano tutti nello stesso posto, ma in vari Paesi, come Roma (dove c’era un insediamento ad Ostia Antica), in Persia, in Egitto, nell’Italia Meridionale. Dovunque si trovassero, avevano la cittadinanza e rispettavano la “legge del principe” come dice la regola ebraica e, nei momenti in cui il “fiume carsico dell’antigiudaismo” era nascosto nelle viscere della terra, hanno partecipato alla vita dei Paesi di residenza contribuendo alla loro vita e al loro sviluppo.

Se, invece, si va ad approfondire il lato religioso, vengono fuori diversi problemi, a cominciare dal rispetto della kasherut (cosa permessa per la sua purezza) applicata all’alimentazione o al rispetto del Sabato, giorno nel quale si deve lasciare libera la mente dalle attività comuni, pregando e studiando. Anche durante le preghiere gli ebrei usano fare cose non facilmente comprensibili come, per esempio, indossare un manto che reca il nome di D. ai quattro angoli o i filatteri (tefillìn), “scatolette” che si legano una al braccio sinistro e una sulla fronte e che contengono una pergamena con incisa l’affermazione dell’Unicità di D. Queste particolarità creano un alone di mistero e di circospezione che, in epoche in cui il fiume carsico torna allo scoperto, riaccendono sospetti e ritrosie.

Dalla nascita del Cristianesimo, le difficoltà per gli ebrei sono aumentate perché – mentre questi consideravano i cristiani degli eretici – i cristiani consideravano gli ebrei “come moralmente ciechi, perché non vedevano la Verità”; non si parla mai né di popolo né di razza, e questo deve far riflettere. Nel periodo tra la fine del terzo secolo e l’inizio del quarto, alcuni Padri della Chiesa svilupparono una teologia secondo cui gli ebrei avevano rifiutato il Messia, avendo partecipato a ucciderne la “parte umana”, da cui la sempre più “gridata” accusa di deicidio da ascrivere a tutti gli ebrei (e non al popolo ebraico o alla razza ebraica). L’arte sacra medioevale e rinascimentale, del resto, ha contribuito non poco alla diffusione di questa accusa che, ancora oggi, alligna in molte persone, nonostante il Concilio Vaticano II, rifiutato dai “lefebrviani” ab origine e che è appena sfociato in un nuovo scisma.

Gli ebrei, dovunque, sono una minoranza, perché non fanno proseliti, né conversioni forzate, anzi accettano i gherìm (convertiti) solo dopo che hanno superato vari esami di cultura, doveri, pratiche alimentari e di pulizia personale. Questo spiega perché il numero complessivo degli ebrei nel mondo è largamente sotto i 20 milioni, in confronto ai due miliardi di musulmani ed altrettanti cristiani delle varie confessioni. Gli anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi hanno visto nascere lo Stato d’Israele, che viene definito, impropriamente, Stato degli ebrei, mentre è da considerare come i Regni d’Israele, abitati cioè in prevalenza da ebrei, mentre altri ebrei, oggi come allora, vivono in tutti gli altri Stati del mondo.

È recentissima la notizia che il nuovo vicesindaco di Tel Aviv è un arabo israeliano e la sua fede religiosa non è stata nemmeno indicata; la rettrice dell’Università di Haifa, in carica dal 2024, è una cristiana maronita; il primo giudice musulmano della Corte Suprema è Khaled Kabub, ed è stato nominato nel 2022. Ecco l’apartheid di Israele, che viene paragonato al Sudafrica pre-Mandela, con aggiunta l’accusa di compiere un genocidio continuativo dei palestinesi. In questo grande chiasso su Gaza si sentono solo le voci dell’Occidente europeo, o, per meglio dire, le grida di una parte ben connotata dell’Occidente europeo, mentre i Paesi cosiddetti “arabi” stanno in silenzio totale. Mentre in Occidente si è risvegliato l’antigiudaismo, in Medio Oriente l’ebraicità dello Stato di Israele interessa poco, perché i Paesi di quel settore geografico, invece, vedono nello Stato di Israele l’avamposto dell’Occidente cristiano e lo vedono e lo vivono come una spina nel fianco.

In Occidente si stanno mobilitando vere e proprie orde (ahimè sostenute da alcuni politici nostrani) di ignoranti assetati di sangue che, oltretutto, cercano di far tacere le voci di dissenso A Israele, in nome di questa aberrazione, si stanno chiedendo cose impossibili: non applicazione dei regolamenti internazionali in materia di guerre che coinvolgono i civili, obbligo di rifornire le popolazioni in guerra (tutte, maxime quelle nemiche), andare sulla luna a piedi e tornare a cavallo: potenza dell’antigiudaismo. Soccorre a questo punto il detto latino: “Ad impossibilia nemo tenetur”.

Il grande archivio di Israele

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