Dal silenzio delle baracche alle piazze di oggi: la Memoria che sfida l’odio. Parla Mario Venezia

di Claudia Conte - 20 Marzo 2026 alle 10:13

Auschwitz non è solo un luogo della memoria. È un monito che brucia nel presente. Negli ultimi anni, in Europa e in Occidente, sono tornati slogan, manifestazioni e atti di odio contro gli ebrei: parole e gesti che pensavamo sepolti con la Storia riaffiorano con violenza, alimentati da propaganda, disinformazione e tensioni politiche. Un antisemitismo che non ha alcuna ragione di esistere, eppure continua a ripresentarsi, senza vergogna. Ricordare ciò che accadde nel cuore dell’Europa nel Novecento non è più un esercizio culturale: è un’urgenza civile. Camminare tra i reticolati, osservare le baracche di legno, percorrere i binari su cui arrivavano i treni della deportazione significa affrontare il volto più estremo e concreto dell’odio umano. Nel campo di Auschwitz-Birkenau, tra il 1940 e il 1945, oltre un milione di persone furono assassinate dal regime nazista. La maggior parte erano ebrei, ma tra le vittime ci furono anche rom, oppositori politici, omosessuali e persone con disabilità. Qui, la propaganda razzista si fece sistema industriale di sterminio, progettato con freddezza e applicato con metodo.

Visitare Auschwitz oggi significa confrontarsi non solo con il passato, ma con il presente che riaffiora ogni volta che l’odio trova voce nelle piazze, sui social o nei discorsi pubblici. Perché l’odio non nasce dal nulla: cresce nell’indifferenza, nelle parole che non vengono contestate, negli stereotipi che lentamente diventano discriminazione. È anche per questa ragione che il Comune di Roma continua a organizzare ogni anno un viaggio della memoria destinato agli studenti, trasformando la conoscenza in esperienza diretta e responsabilità civica. Quest’anno circa 150 studenti provenienti da Roma e provincia, insieme a delegazioni di scuole ebraiche, tedesche e polacche, percorreranno quei luoghi non solo per capire il passato, ma per interrogarsi sul presente e sul futuro dell’Europa, difendendo i valori democratici minacciati dall’ignoranza e dall’odio.

Alla delegazione si uniranno anche rappresentanti delle istituzioni: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, l’assessora alla Scuola Claudia Pratelli e l’assessora alle Politiche Sociali Barbara Funari, che porterà anche rappresentanti della comunità rom e studiosi impegnati sulle persecuzioni delle persone con disabilità. Presente anche Daniele Parrucci, mentre la comunità ebraica sarà rappresentata dal presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun. Saranno presenti anche associazioni storicamente impegnate nella memoria come ANED e ANPI, che continuano a ricordarci che Auschwitz non è un capitolo chiuso: è un monito, un campanello d’allarme contro ogni forma di odio che tenta di rialzare la testa nel presente. Perché l’indifferenza e la banalizzazione dell’odio non sono mai innocue: il loro prezzo lo pagano sempre le vittime.

Oggi, con i testimoni diretti sempre meno numerosi, il compito di custodire e trasmettere la memoria diventa ancora più urgente. Ed è proprio su questo punto che insiste Mario Venezia, alla guida del Museo della Shoah di Roma e da anni protagonista di iniziative educative: Venezia accompagna personalmente il viaggio della memoria, motivando gli studenti a comprendere che Auschwitz non è solo storia, ma lezione viva. Il suo obiettivo è chiaro: trasformare la conoscenza della Shoah in responsabilità civile, far capire ai giovani che custodire la memoria significa opporsi all’odio, reagire all’indifferenza e diventare cittadini attenti e consapevoli. Con Venezia a guidare questa esperienza, il viaggio assume la forza di un monito diretto: conoscere Auschwitz oggi significa difendere l’umanità domani.

Presidente Venezia, negli ultimi anni abbiamo assistito a manifestazioni e slogan contro gli ebrei in diverse città europee. Che significato ha, oggi, portare gli studenti ad Auschwitz in questo clima?

Accompagnare gli studenti ad Auschwitz, oggi, ha un significato ancora più profondo e urgente. Proprio quando l’antisemitismo torna a mostrarsi senza pudore, nelle piazze, sui social e talvolta persino nei luoghi della formazione, il dovere educativo deve amplificarsi. La memoria non è un antidoto definitivo al male, lo abbiamo detto tante volte, non lo elimina una volta per tutte, ma ci aiuta a riconoscerlo quando riappare sotto forme nuove, apparentemente diverse, e per questo ancora più insidiose.  Un viaggio ad Auschwitz non è una cerimonia rituale o una gita, ma un confronto diretto con il punto estremo a cui possono condurre l’odio, la disumanizzazione e l’indifferenza. Significa dare ai ragazzi strumenti storici e morali per capire che ciò che è accaduto non riguarda soltanto il passato, ma interroga il presente e la responsabilità di ciascuno. È esattamente in tempi difficili che ricordare diventa una necessità civile. La Fondazione, anche in un anno segnato da tensioni internazionali e da un riaccendersi di retoriche antisemite, ha scelto di rispondere raccontando i fatti, continuando a fornire strumenti storici e costruendo ponti educativi.

Molti giovani non hanno più la possibilità di ascoltare direttamente i sopravvissuti. Come si può trasmettere la memoria alle nuove generazioni?

È vero, stiamo entrando in un tempo in cui la voce diretta dei sopravvissuti sarà sempre più rara. Ma questo non significa che la memoria debba indebolirsi. Significa, piuttosto, che deve assumere nuove forme, mantenendo intatti il rigore, la verità e la responsabilità. Oggi la memoria non appartiene più soltanto ai testimoni diretti; appartiene anche a chi sceglie consapevolmente di custodirla e trasmetterla. La memoria si trasmette anzitutto raccontando storie concrete, restituendo nomi, volti, scelte, vite. Quando una vittima non è più percepita come un numero ma come una persona, accade qualcosa di decisivo e la sua umanità viene restituita, e con essa cresce anche la nostra capacità di comprendere. È così che la storia smette di essere astratta e diventa esperienza morale. In quest’ottica, si inserisce il recentissimo lavoro di “archivio” che la Fondazione presenterà ufficialmente al pubblico il prossimo autunno.

Il conflitto internazionale e le tensioni politiche spesso riaccendono discorsi ostili verso gli ebrei. Come si evita che la critica politica degeneri in antisemitismo?

La critica politica è legittima in una società democratica. Lo diventa molto meno quando smette di rivolgersi a governi, decisioni o classi dirigenti e comincia invece a colpire un intero popolo, una comunità, un’identità religiosa o culturale. È in quel passaggio che si produce la degenerazione. Quando l’ebreo torna a essere rappresentato come una figura collettiva da accusare, da isolare o da rendere responsabile di tutto, non siamo più nel campo della critica politica, ma in quello dell’antisemitismo. Per evitare questa deriva servono chiarezza storica, precisione linguistica e senso del limite. Occorre respingere ogni generalizzazione, distinguere sempre tra il piano politico e quello identitario, e non accettare che antichi stereotipi vengano riciclati in forme apparentemente nuove. L’antisemitismo, del resto, non nasce con la Shoah e non finisce con Auschwitz. Ha radici molto più antiche e sa riadattarsi ai contesti storici. Di fronte alle tensioni di oggi, la nostra risposta deve restare ferma e lucida, raccontare i fatti, offrire strumenti storici, educare alla complessità, sottrarre il dibattito alla propaganda e al pregiudizio. Solo così si può preservare lo spazio legittimo della critica senza consentire che venga occupato dall’odio.

C’è il rischio che con il passare del tempo la Shoah venga percepita come una storia lontana?

Sì, questo rischio esiste. Ogni evento storico, con il passare del tempo, può apparire remoto, soprattutto agli occhi di chi non ne ha ricevuto un racconto vivo, rigoroso e umanamente coinvolgente. Ma la distanza temporale non può trasformarsi in distanza morale. La Shoah può diventare lontana soltanto se viene ridotta a una ricorrenza formale, a una cerimonia svuotata di coscienza o a una pagina chiusa del Novecento. Invece essa continua a parlarci, perché ci obbliga a porre domande essenziali: come è stato possibile? Come si costruisce la disumanizzazione? In quale momento una società smette di vedere nell’altro una persona e comincia a considerarlo un problema da eliminare? Per questo la memoria va continuamente approfondita, sottratta alla stanchezza e riportata dentro la coscienza collettiva. Deve entrare nei libri, nelle scuole, nei musei, nei linguaggi contemporanei, nei gesti quotidiani. Finché continueremo a insegnare con rigore storico e responsabilità civile, la Shoah non sarà una storia lontana, ma una domanda viva rivolta alla nostra società.

Cosa spera che i ragazzi portino con sé tornando da Auschwitz?

Spero che tornino con una domanda in più, non con una risposta in meno. Auschwitz non deve lasciare solo sgomento ma un’attenzione più concreta alla coscienza, responsabilità e verso tutto ciò che umilia e disumanizza. L’auspicio è che le studentesse e gli studenti che partecipano a questo percorso formativo apprendano che la Shoah non è stata un incidente della storia né l’opera di pochi mostri, ma il frutto di idee, complicità, istituzioni, indifferenze. Ma ogni volta che mi domando che cosa possiamo lasciare ai ragazzi, mi accorgo che spesso siamo noi adulti a ricevere qualcosa da loro. I viaggi accompagnati dal coordinamento scientifico della Fondazione Museo della Shoah, infatti, prevedono momenti di confronto la sera in hotel, sia prima sia dopo la visita ad Auschwitz. Ed è proprio in quelle occasioni che emergono le riflessioni più vere ed inaspettate. Ascoltare i ragazzi è sempre istruttivo e, negli ultimi anni, le loro considerazioni ci sono apparse più profonde e più meditate. Anche per questo è molto apprezzabile che Roma Capitale continui a considerare questi percorsi formativi una componente fondamentale del proprio impegno educativo e civile, non come un appuntamento simbolico, ma come un itinerario attivo, costruito insieme e seguito con viva partecipazione.

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