Dietro la maschera dell’antisionismo c’è l’antisemitismo: l’obiettivo è demonizzare Israele
di Luigi Yitzhak Diamanti - 30 Maggio 2026 alle 14:47
Abbiamo superato il limite della decenza? Ci sono momenti nella vita pubblica di una nazione in cui è necessario fermarsi e porsi una domanda semplice: fino a che punto siamo disposti a tollerare l’odio, il pregiudizio e la discriminazione prima di chiamarli con il loro nome? Negli ultimi mesi abbiamo assistito a episodi che raccontano di una crescente normalizzazione dell’ostilità verso Israele e, quindi , verso gli ebrei. Quando una bandiera di Israele viene definita “bandieraccia” e considerata indegna di essere esposta durante le commemorazioni della Liberazione, non stiamo più discutendo di politica estera. La Brigata Ebraica rappresenta un fatto storico. Migliaia di volontari ebrei combatterono contro il nazifascismo. Molti morirono per la libertà dell’Italia e dell’Europa. Cancellare o minimizzare quel contributo significa falsificare la storia. La Brigata Ebraica appartiene alla storia della Liberazione.
Allo stesso modo, desta preoccupazione vedere sempre più frequentemente l’utilizzo di termini come “nazisti” o “genocidari” rivolti agli israeliani. Il nazismo è il regime che ha portato alla Shoah, allo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei e alla distruzione di intere comunità europee. Utilizzare quel termine contro il popolo nato dalle ceneri di quella tragedia offende profondamente la memoria delle vittime. Un’altra tendenza inquietante oggi è quella di chiedere agli israeliani una sorta di “patente morale” per poter essere accettati , cioè “rinnegare la politica del governo: debbono preventivamente prendere le distanze dal governo del proprio Paese. Nessuno chiederebbe a un turista francese di prendere posizione contro il Presidente della Francia per poter soggiornare in un albergo o in un agriturismo. Nessuno pretenderebbe da un cittadino americano una dichiarazione contro il Presidente degli Stati Uniti per mantenere una prenotazione.
Eppure, quando si tratta di israeliani, sembra che alcuni ritengano legittimo imporre condizioni politiche preliminari. Questo rappresenta un principio pericoloso, e la storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa. Sappiamo bene che l’odio non nasce all’improvviso. Cresce poco alla volta. Attraverso parole, doppi standard, l’abitudine a considerare alcuni cittadini meno degni di rispetto di altri. La lotta contro l’antisemitismo riguarda la qualità morale della nostra democrazia. Oggi la domanda non è se abbiamo il diritto di indignarci. Ma se non reagiamo adesso, quale sarà il prossimo limite? A questo punto è necessario affrontare una questione che molti preferiscono evitare: il rapporto tra antisionismo e antisemitismo. Per troppo tempo si è cercato di tracciare una linea netta tra i due fenomeni, come se fossero sempre e comunque separati. Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico. È il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, nato con l’obiettivo di garantire agli ebrei un luogo sicuro e sovrano nella loro terra storica. Non è un’ideologia di dominio. Non è un progetto coloniale.
L’antisionismo contemporaneo non si limita a criticare Israele. Cerca di delegittimarlo, isolarlo, demonizzarlo e presentarlo come uno Stato che non dovrebbe esistere. Essere sionisti significa credere nel diritto del popolo ebraico a vivere libero nella propria patria, sostenere l’esistenza dello Stato di Israele. Ed è per questo che il tentativo di trasformare la parola “sionista” in un insulto rappresenta una delle più gravi distorsioni culturali del nostro tempo. Per questo che non possiamo restare in silenzio. Difendere la verità storica, combattere l’antisemitismo e affermare il diritto d’Israele a esistere non sono battaglie separate. Sono la stessa battaglia.