L'intervista
“Dopo quel giorno”, il libro di Gubbay: “Il 7 ottobre non ha piegato Israele”
di Antonio Picasso - 3 Luglio 2026 alle 08:23
Sono 60 camei di vita quotidiana, quelli che compongono Dopo quel giorno, il diario scritto da Dalia Gubbay, ebrea, milanese, Vicepresidente e assessore alle scuole della Comunità Ebraica di Milano, che ripercorre le tappe dal 7 ottobre 2023 a oggi.

Gubbay, la scrittura come introspezione: è questo il motivo del libro?
Questa è la raccolta dei miei scritti sui social e degli articoli su ilRiformista. Personalmente ho sentito l’esigenza di scrivere dopo quello che era successo. È stato necessario condividere quanto ognuno di noi ha provato. Certo, è stato catartico e utile.
Partiamo dal titolo. Oggi sono mille giorni dal 7 ottobre 2023. Cos’è successo “dopo quel giorno”?
All’inizio del libro, parlo del 7 ottobre. Questo è ovvio. Poi però vado oltre. Appunto dopo. Parlo dei miei viaggi, della mia esigenza di visitare molto più spesso Israele rispetto a prima, quando ci andavo una volta all’anno. Invece, in questi neanche tre ultimi anni, ci sarò tornata 10, se non 11 volte.
E intanto c’è Milano.
Esatto. Ho raccolto insieme tutto quello che è successo, da dopo il 7 ottobre, come ebrea milanese, madre di sei figli, come persona impegnata nella nostra comunità e nell’educazione. In questi anni, con la nostra scuola, abbiamo realizzato progetti importanti di supporto psicologico. Abbiamo accolto le famiglie delle vittime e gli ostaggi liberati. Ci siamo creati una normalità che non era più tanto normale. Dietro c’era sempre una specie di spettro, a ricordarci gli ostaggi e la guerra. “Mai più!”, il monito che ci eravamo dati dopo la Shoah, con il 7 ottobre ha perso di valore.
Scorrendo l’indice, l’occhio cade in feste ebraiche, incontri con personaggi di vario tipo, ma anche episodi che potremmo definire “di strada”.
Sì, ci sono le nostre feste, i matrimoni, le telefonate con i cugini in Israele e gli amici che non ci hanno mai lasciato. Ma ho voluto mettere anche fatti quotidiani. Penso alle olimpiadi e Sanremo. Volendo fare gli accademici, potremmo dire che questo libro è una miscellanea. Io preferisco parlare di un racconto da cui emerge il dolore del mio popolo, ma anche la sua voglia di vivere. Non è la prima volta che cercano di piegarci. Noi riusciamo sempre ad alzarci, però. Siamo attaccati alla vita. E lo dimostriamo con le nostre feste. Ricordo Hanukkah lo scorso anno. Avevamo appena saputo dell’attentato di Sidney. Per quanto scossi, siamo andati comunque in piazza ad accendere il candelabro.
Ecco, una volta liberati gli ostaggi, avete ritrovato la felicità?
No. Devo dire che no. La solidarietà iniziale ha fatto posto all’indifferenza. Poi c’è stata la colpa e da lì l’antisemitismo. La sequenza è nota. La differenza rispetto a un tempo è che prima l’ebreo-vittima veniva compatito. Oggi nemmeno quello. L’ebreo, anche se vittima, è colpevole. Lo si è visto il 25 aprile. Io ero a Milano, al corteo. Sono stata cacciata. Come altri manifestanti, ebrei, iraniani e ucraini, che hanno portato in piazza un’idea di Resistenza che all’opinione pubblica va sempre più stretta. Tornata a casa, mi sono chiesta cosa sia successo a questa città. Alla Milano del Binario 21. Che ne è stato della Festa della liberazione, che a Milano celebra proprio il suo momento più solenne? Improvvisamente, mi sono sentita ancora più ebrea. Esclusa ed estromessa. Ma anche forte e resiliente.
Forte e resiliente come lo è Israele.
Quando vado in Israele si respira sempre e comunque vita, continuità progetti. Laggiù c’è il sole! Dopo quel giorno, continuiamo a crederci. Siamo ostinati.