È giusto far trattare il manager Witkoff e il banchiere Kushner con Araghchi? No, la Storia insegna

di Marco Del Monte - 20 Aprile 2026 alle 11:53

Area geografica Medio Oriente-Iran, crogiolo di popoli e culla di Storia, oggi polveriera del pianeta, perché stiamo assistendo all’ennesimo scontro di civiltà. Il mondo occidentale, rappresentato da Alessandro Magno prima e dai romani dopo, si è sempre confrontato e scontrato con la Persia, che ha resistito nei secoli, conservando la propria identità anche dopo guerre lunghe con decine di migliaia di morti. L’Impero Achemenide fu battuto da Alessandro Magno nel 330 a.C. e, dopo la dominazione dei Seleucidi, successori del grande macedone, il vecchio impero si divise in tribù in lotta tra loro fino a che prese il potere la tribù dei Parti, che fondò un nuovo impero, ma soprattutto impose il proprio dialetto, divenuto l’attuale “parsi”. L’Impero dei Parti inflisse ai Romani pesanti sconfitte, la più dura delle quali a Carre nel 53 a.C. dove il generale Marco Licinio Crasso perse ben due legioni.

I Parti erano buoni cavalieri e buoni arcieri e, proprio contro i Romani, misero a punto un sistema di combattimento usato ancora oggi dai gruppi jihadisti: fingevano di ritirarsi in ordine sparso per aprire e disperdere le forze nemiche e, mentre fuggivano, infliggevano sanguinose perdite al nemico, perché continuavano a colpirlo. Il metodo in sé era semplice, ma solo se messo in atto da combattenti addestrati e abili. Ed era questo: su un cavallo salivano in due, strettamente legati l’uno all’altro, di cui uno era il cavaliere e l’altro seduto al contrario era l’arciere. Questo modo di combattere permetteva a ogni coppia di colpire il nemico diviso e impotente, poiché il cavaliere non poteva essere contemporaneamente arciere.

A ben pensare, i caccia moderni hanno un equipaggio composto da due persone: uno guida e uno spara; all’epoca, per usare questo metodo, erano necessari i carri che, però, non avevano la stessa agilità dell’equipaggio di un cavallo in fuga. L’uso del doppio cavaliere è diventato leggendario e ha dato origine alla mitica figura del “centauro”, l’uomo cavallo, che mentre va al galoppo lancia le sue micidiali frecce sul nemico. Nel VII secolo d. C,, l’Impero Sassanide, ultimo impero persiano, cadde sotto il dominio islamico, ma fu una delle poche realtà che, pur sconfitta, riuscì a mantenere intatte le sue peculiarità. I momenti chiave furono il periodo 633-651, burrascoso e costellato da continue battaglie; la vittoria musulmana nella battaglia di al-Qadissyya del 636; la pesante sconfitta dei persiani nella battaglia di Nihavand (detta la vittoria delle vittorie) nel 642 e, infine, la morte dell’ultimo regnante persiano, Yazdgard III, nel 551. La Persia, quindi, molto indebolita cadde definitivamente sotto il dominio musulmano nel 651, anno in cui cominciò l’islamizzazione del Paese, che però riuscì a condizionare pesantemente i conquistatori, poiché la cultura persiana era molto più forte di quella islamica. Fu un processo lento, ma consistente, tanto da fare della Persia islamica un “unicum” rispetto a tutti gli altri Stati caduti sotto il dominio del califfato. La conquista araba non cancellò la civiltà persiana, anzi, la trasformò “persianizzando” l’islamismo, che imparò come si governa uno Stato, a cosa serve la burocrazia, in che modo usare i servizi sociali, come si organizza un esercito (abbiamo già parlato del doppio cavaliere), come far funzionare uno Stato dal territorio enorme usando il potere centralizzato, il sistema fiscale.

Nell’attuale guerra che vede gli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta riemergendo questa storia secolare e gli iraniani stanno dando prova di essere i naturali eredi di questo impero che di musulmano ha solo la religione, anch’essa adattata all’antico spirito persiano. In Iran non si parla l’arabo ma il parsi, e dell’Islam è stato preso il meglio, la tradizione elitaria, la dinastia regnante, il distillato dell’islamismo e non a caso sono sciiti, cioè i discendenti del Profeta, con diritto di indossare il turbante nero. Il contraltare attuale dell’Iran è costituito dalla coalizione Usa-Israele. Lo Stato ebraico avrebbe la cultura sufficiente a contrastare quella “persiana”; gli Stati Uniti invece no, perché sono un popolo senza storia; l’unica epopea statunitense è la cultura della conquista del West, il cowboy, il bounty killer; troppo poco per contrastare i “sassanidi” islamizzati, anzi gli islamisti persianizzati. Per poter avere qualche speranza di uscirne non troppo malconci, bisognerebbe studiare un po’ di Storia e non mandare un manager (Steve Witkoff) e un banchiere (Jared Kushner) a trattare con Abbas Araghchi, cioè con l’erede degli ambasciatori di Ciro il Grande.

Il grande archivio di Israele

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