Ebrei emarginati e costretti a scappare: in Italia sono tornate le Leggi razziali?

di Marco Del Monte - 7 Maggio 2026 alle 08:22

“La lingua batte dove il dente duole”, come dire che la saggezza dei vecchi può ancora guidarci. Su HaKol è stata pubblicata l’intervista a un ragazzo israeliano che ha deciso di lasciare l’Università di Napoli, dove stava lavorando al suo dottorato di ricerca, perché si è sentito aggredito, minacciato e rifiutato, in quanto “israeliano”. L’intervista è piuttosto scioccante e non fa che confermare che, in questo momento, la vita degli ebrei italiani sta rapidamente subendo una crisi di rigetto. Negli altri Paesi non siamo messi meglio, ma in Inghilterra, in Francia e in Germania l’antiebraismo è condotto principalmente da gruppi islamici che si rifanno al momento della nascita di questa religione; sono, quindi, motivi diversi, legati ai fatti biblici, risalenti addirittura ad Abramo.

In Italia, invece, non è così: l’antiebraismo non è più neanche coperto dal termine antisemitismo ma è diventato antisionismo, e come tale è sbandierato e applicato. Il fenomeno si ammanta e si giustifica con la guerra a GazaSi moltiplicano gli episodi di liberi cittadini che espongono cartelli con su scritto “gli israeliani non possono entrare”, “i sionisti non sono graditi” e altri più beceri, tipo quello che recita “meglio maiali che sionisti”. Non si contano più i Comuni dove la bandiera palestinese sventola al posto di quella italiana, che è quasi sparita anche dai cortei e dalle piazze. Insomma, anche se nessuno lo dice apertamente, di fatto sono tornate in vigore le Leggi razziali, come nel 1938, anche se non sono state promulgate di nuovo.

Le maggiori Università Italiane sono presidiate permanentemente da gruppi antagonisti, che molto spesso impediscono agli ebrei di entrare. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” del Paese ha tirato fuori di nuovo tutto il suo livore antiebraico, e le stesse istituzioni ebraiche consigliano di non esporsi, mostrando simboli riconoscibili. Cerchiamo di spiegarci perché tutto ciò accade solo in Italia.

Giorni fa mi è capitato di intavolare un discorso con un’amica, ferratissima in storia, con la quale parlavo di quello che era successo in Europa con l’avvento del nazismo in Germania e del fascismo in Italia. In Germania, culla del nazismo, dove ha avuto concretezza l’applicazione della “soluzione finale” per gli ebrei, non c’è stato bisogno di nessun atto formale, mentre in Italia sono state emanate le famigerate Leggi razziali, in base alle quali gli ebrei “sparirono” letteralmente dalla società; l’atto formale fu deliberato dal fascismo, per deferenza verso l’alleato tedesco. Questa deferenza la dice lunga e va inquadrata e, purtroppo, rende un’immagine impietosa del Paese, che mostra di non essere tale, ma soprattutto di non essere “patria” di un “popolo”.

Siamo rimasti al 1815, quando, al Congresso di Vienna, Klemens von Metternich, cancelliere dell’Impero austriaco, esclamò: “L’Italia non esiste, è una espressione geografica”. Quando i Savoia, nel 1848, iniziarono l’unificazione del Paese, lo Stivale era così diviso: Piemonte, Liguria e Sardegna, sotto la Monarchia Sabauda; il Lombardo Veneto (compreso il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige) sotto l’Impero Austriaco; l’Emilia-Romagna suddivisa in due granducati e quattro legazioni pontificie (Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì); Lazio, Umbria e Marche sotto lo Stato Pontificio; il resto (compresa la Sicilia) sotto il Regno di Napoli (dei Borboni). In pratica, religiosamente parlando, uno strapotere vaticano, in quanto l’Austria e i Borboni erano cattolicissimi e molto osservanti.

Senza scendere in noiosi particolari, basta dare un’occhiata all’arte sacra di cui queste macroregioni erano (e sono) disseminate: abbondano rappresentazioni come la Crocifissione, il tradimento di Giuda, la Pietà di Maria, dove anche i più grandi artisti, o nascosti o in prima fila, hanno sempre messo una figura con tratti marcatamente “ebraici”. Le cerimonie religiose hanno sempre fatto riferimento al “perfido giudeo”, espressione che qualche prelato lefebrviano ancora usa, nonostante il Concilio Vaticano II. Quest’humus è stato come il brodo di coltura di un fenomeno quasi impossibile da estirpare, e le varie tipologie di italiani lo portano dentro. Ecco spiegato in larga misura perché questo Paese ancora non vede un popolo e dove, perciò, le opposizioni agiscono come se stessero al governo. Ma, soprattutto, dove ognuno è re di sé stesso e, quando scopre di non essere solo, si trasforma in un branco informe dove i cervelli vanno all’ammasso.

Il grande archivio di Israele

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