Feroce contro Usa e Israele, timido contro l’Iran: il doppio standard dell’Occidente
di Paolo Crucianelli - 28 Marzo 2026 alle 09:21
C’è molto poco che torna nel racconto dominante di queste settimane. L’Iran è stato attaccato per primo, è vero, e questo dato viene ripetuto ossessivamente come se fosse sufficiente a spiegare — e soprattutto a giustificare — tutto ciò che è accaduto dopo. Ma è davvero così semplice? È davvero accettabile che, in nome del diritto alla difesa, uno Stato estenda la propria risposta militare ben oltre i confini del conflitto diretto, colpendo una pluralità di Paesi, e, deliberatamente, obiettivi civili e infrastrutture strategiche globali?
Perché questo è il punto che sembra sfuggire — o peggio, essere volutamente ignorato. La risposta iraniana non si è limitata a Israele o agli Stati Uniti. Si è estesa, in forme diverse, a una decina di nazioni, coinvolgendo aeroporti, aree urbane, infrastrutture energetiche e soprattutto il nodo cruciale dello Stretto di Hormuz. Qui non siamo più nel campo della “legittima difesa”: siamo davanti a un’azione che ha effetti sistemici, che colpisce il commercio globale e mette a rischio la sicurezza di Paesi che non sono parte diretta del conflitto.
Eppure, nel dibattito pubblico europeo — e italiano in particolare — tutto questo sembra scivolare sullo sfondo. Si discute, giustamente, della decisione di Washington e Tel Aviv di colpire l’Iran, ma si evita accuratamente di affrontare con la stessa forza e chiarezza non solo i motivi dell’attacco, ma anche la natura della risposta iraniana. Come se esistesse una sorta di indulgenza preventiva, un riflesso condizionato che porta a leggere ogni azione di Teheran esclusivamente come reazione, mai come scelta autonoma e dunque giudicabile. Il che, peraltro, è l’esatto contrario della narrazione usata a Gaza, dove il fatto che Israele reagisse all’attacco di Hamas fu completamente ignorato.
Il caso delle armi utilizzate dall’Iran è emblematico. L’impiego di missili con submunizioni in aree abitate — pratica ampiamente contestata a livello internazionale — non ha suscitato un’ondata di indignazione comparabile a quella che si registra in altri contesti. Lo stesso vale per il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: un atto che ha conseguenze devastanti per l’economia globale e che, in qualsiasi altro scenario, verrebbe definito senza esitazioni una violazione inaccettabile del diritto internazionale.
In questo clima si inseriscono le posizioni di leader politici come Pedro Sánchez, tra i più attivi nel criticare l’azione di Stati Uniti e Israele. Critiche che diventano problematiche quando non sono accompagnate da una condanna altrettanto netta delle azioni iraniane. Il risultato è uno squilibrio evidente: da un lato una severità quasi automatica verso l’Occidente, dall’altro una cautela, quando non un silenzio, nei confronti di Teheran. Non si tratta di schierarsi o di negare la complessità del contesto. Si tratta di applicare un criterio minimo di coerenza. Se si ritiene che l’uso della forza debba essere limitato, proporzionato e conforme al diritto internazionale, questo principio deve valere per tutti, non solo per alcuni. Altrimenti il rischio è quello di trasformare l’analisi geopolitica in un esercizio ideologico, dove i fatti vengono selezionati e interpretati in funzione di una narrativa preesistente.
La verità, scomoda ma difficile da ignorare, è che la risposta iraniana ha superato ampiamente i confini della difesa, assumendo caratteristiche offensive e destabilizzanti su scala regionale e globale. Fingere che questo non sia accaduto, o relegarlo a dettaglio secondario, non aiuta a comprendere la realtà. La distorce. E, soprattutto, impedisce di affrontarla per ciò che è: una crisi in cui le responsabilità iraniane vengono sistematicamente omesse.