Francesca Albanese e il “musulmano”. Quando l’ignoranza diventa strategia politica
di Piergabriele Mancuso - 1 Ottobre 2026 alle 17:11
Al di là dei suoi cronici fallimenti e clamorosi paradossi, non si può certo dire che l’Onu sia del tutto inutile. L’Onu, infatti, ci ha lasciato un fondamentale insegnamento, un messaggio che molti hanno recepito in toto e in tal senso fatto proprio. Per aver un ruolo di relatore/relatrice non serve avere conoscenza della lingua o, meglio, delle lingue dei luoghi e delle popolazioni a cui si è stati destinati, non serve avere quella generale infarinatura di conoscenze basilari per dare un minimo di contesto alle problematiche di cui si dovrà relazionare. Basta dotarsi di buona volontà, di una preponderante carica emotiva insieme ad uno straordinario senso missionario, di un malcelato conflitto di interessi e di una spolverata di lingua franca, giusto quel poco che serve per farsi intervistare da qualche giornalista (meglio se accomodante o del tutto deferente). Invece dell’obiettività e di una fredda quanto necessaria distanza dai soggetti in esame, il relatore applica il gradiente della totale e incondizionata accettazione delle ragioni di una delle parti in causa, relazionando, certo, ma solo su quello stretto necessario che serve a sostanziare una tesi precotta. Ma al di là di tutto, la regola fondamentale a cui deve attenersi un relatore che all’Onu vuole stazionare ben oltre il termine del naturale mandato è quello di saper porre delle lenti potentissime su dettagli certamente veri ma che nel complesso delle problematiche generali occupano uno spazio relativo. In questo modo, guardando con occhio maniacale a singoli frammenti di narrazioni complesse, sarà possibile costruire una narrazione dei fatti dove la proporzionalità degli elementi viene completamente ribaltata, decostruiti e ricomposti a seconda dell’umore missionario, ovviamente omettendo tutto ciò che non si confà o che potrebbe compromettere lo schema di partenza (per definizione pregiudiziale). Attenzione, non stiamo parlando di individui che in buona o cattiva fede abbracciano e fanno propria una causa, di persone che prendono posizione e si schierano, ma di file di scherani che vestiti da informatori imparziali, in realtà confondono scientemente il ruolo assegnato con quello di paladini del fronte interno, appropriandosi di mezzi conoscitivi e di indagine a cui la maggior parte dei poveri mortali non ha accesso. L’ennesimo errore – si fa per dire – in cui è incappata la “Relatrice speciale sui territori occupati” (definizione Onu) si dice nasca dall’ignoranza (peccato umanissimo di cui tutti siamo portatori) ma a ben pensarci viene il sospetto che al posto di questa – od oltre a questa – vi sia qualcosa di ben più serio. È lecito pensare, se si viene da Marte o se non si ha alcuna conoscenza di quello che fu la portata del genocidio ebraico e non si sia letto un minimo di letteratura al riguardo (non serve l’enciclopedia dell’Olocausto, basta il grande, insuperato e leggibilissimo Primo Levi), che il termine “musulmano” usato in ambito concentrazionario si riferisca ad un individuo di fede islamica. Se si viene da una nuova galassia e di questo mondo non si sa nulla, è un errore del tutto comprensibile, ma non lo è se si è nati su questo pianeta, se si è un relatore ufficiale e, purtroppo, una icona santa che milioni di persone hanno deciso di eleggere a nuova patrona nazionale, votandosi al suo culto laico. Siamo di fronte al candore dell’ignoranza, ad un atteggiamento di totale improvvisazione (oggi basta chiedere con gentilezza a Chat per non fare una tale figura barbina), ad una visione talmente parziale e in fondo falsa per cui non si sa – o non si vuole proprio mettere a mente – che i musulmani né in quanto tali né in quanto semiti (le due cose non coincidono, ma non facciamola troppo difficile) furono per fortuna mai ufficialmente perseguitati dal Reich, che fu invece il nazismo a flirtare così tanto sensualmente con le frange più deteriori dell’islamismo del tempo, ad esempio con il Gran Mufti di Gerusalemme, il notorio Amin al-Husseini (lo stesso di quella Fratellanza da cui discende Hamas e compagnia cantante) che di musulmani – in buona parte bosniaci ma anche palestinesi – riuscì a farne arruolare parecchi tra le fila delle Schutzstaffeln, altrimenti note come SS. Non serve leggere pallosissimi saggi pieni di note a piè pagina, non serve fare corsi di storia concentrazionaria, oggi basterebbe sottomettersi al potere di una docile e vecchia Wikipedia o affidarsi alle mani di una (onesta) intelligenza artificiale per non cadere in banalità così grossolane. Il problema in realtà sta alla base, sta nelle intenzioni che animano i relatori Onu, non più votati a fare davvero il proprio lavoro, ma alla vittoria della causa in cui credono. Una missione da perseguire a tutti i costi, non importa quel che si è e quel che si sa fare, anche a costo di far finta di venire da un’altra galassia.