Francesca Albanese e Sabina Guzzanti, la nuova coppia che si scaglia contro Israele
di Paolo Crucianelli - 5 Giugno 2026 alle 11:35
In un’intervista realizzata in Tunisia da Sabina Guzzanti per il podcast Generazione Perennial, Francesca Albanese – Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – ha sostenuto che Israele avrebbe deliberatamente costruito una narrazione ingigantita delle atrocità del 7 ottobre 2023 per giustificare quella che lei definisce una successiva operazione genocidaria a Gaza. A sostegno di questa tesi ha citato due esempi: la notizia dei quaranta bambini decapitati e quella dei seni di donne israeliane amputati e usati come palloni dai terroristi, definendoli esplicitamente una “balla clamorosa propagandata da Israele”. Vale la pena esaminare questa affermazione con precisione, perché viene da una fonte istituzionale di peso e perché la distinzione che contiene – tra notizie rivelatesi inesatte e propaganda deliberata orchestrata dallo Stato israeliano – è tutt’altro che secondaria.
Sul caso dei quaranta bambini decapitati, la ricostruzione documentata racconta qualcosa di diverso da una regia statale. La notizia partì da una giornalista della rete israeliana i24News che riportò quanto le avevano riferito verbalmente alcuni soldati nel caos delle primissime ore. L’esercito israeliano, interpellato, rispose di non avere “alcun dettaglio o conferma”. La giornalista si scusò pubblicamente. Fu Haaretz – testata israeliana – a pubblicare una delle smentite più circostanziate. Quella che Albanese chiama “balla propagandata da Israele” è una notizia partita da una fonte non ufficiale, non confermata dall’esercito e smentita anche da giornalisti israeliani. Sostenere che si tratti di una strategia coordinata dello Stato richiede prove che Albanese non fornisce, perché non esistono.
C’è però un elemento che rende questa discussione quasi surreale. Israele ha mostrato a diplomatici, capi di Stato e giornalisti un materiale video documentato, registrato dagli stessi terroristi, che non è stato diffuso integralmente al grande pubblico per rispetto verso le vittime. Chi ha visto quel materiale sa che il quadro documentato supera abbondantemente qualunque notizia delle prime ore. Discutere di quali storie iniziali fossero esatte diventa irrilevante di fronte a ciò che i filmati originali mostrano senza possibilità di smentita. Albanese costruisce la sua tesi confrontandosi con il caos informativo delle prime ore e ignorando sistematicamente l’evidenza documentata.
Altrettanto debole è la tesi sul movente: Hamas, sostiene Albanese, non avrebbe agito per odio verso gli ebrei ma esclusivamente in risposta all’occupazione, senza alcuna traccia di antisemitismo. È una lettura che richiede di ignorare i documenti programmatici del movimento. La Carta di Hamas del 1988 è esplicitamente antisemita, non antisionista, con citazioni dai Protocolli dei Savi di Sion e richiami alla necessità di uccidere gli ebrei ovunque si trovino. La revisione del 2017 non ha mai formalmente abrogato la Carta originale. Distinguere antisionismo e antisemitismo è operazione legittima; applicarla ad Hamas ignorando decenni di documenti ufficiali del movimento è semplicemente disonesto.
Un discorso a parte merita Sabina Guzzanti, che ha realizzato questa intervista non come giornalista ma come autrice di un podcast che ha scelto consapevolmente un metodo preciso. È andata in Tunisia dichiarando di essere lì “per festeggiare” con Albanese la temporanea sospensione delle sanzioni americane. L’intervista non contiene una sola domanda critica, una sola obiezione, un solo dato in contraddizione con le tesi dell’intervistata. Ogni affermazione viene accolta e amplificata. Guzzanti ha tutto il diritto di schierarsi; ha però la responsabilità di ciò che contribuisce a diffondere, e diffondere senza filtro critico le tesi di una Relatrice Onu su uno degli eventi più documentati degli ultimi anni non è un atto neutro. Il problema di fondo è che una narrazione costruita sulla selezione dei fatti – le notizie iniziali non confermate al posto dei filmati documentati, la risposta militare israeliana senza l’attacco che l’ha originata, il diritto internazionale invocato per Gaza e taciuto per il 7 ottobre – non è analisi. È propaganda. Quando a veicolarla è una funzionaria Onu in veste istituzionale, il danno non è solo alla verità: è alla credibilità degli strumenti internazionali che dovrebbero tutelare tutti.