Gaza, i dati contro la narrazione: non c’è genocidio per fame, c’è Hamas
di Enrico Cerchione - 11 Agosto 2026 alle 14:58
Le piazze occidentali, insieme ai loro politici di riferimento, si riempiono ancora di bandiere e slogan in nome dell’umanitarismo. Si parla di bambini affamati, di un Israele che tenta un “genocidio” bloccando il cibo. Si parla di carestia. Si parla di un popolo che muore di stenti mentre i “fratelli” egiziani confinanti tengono chiuso un muro ancora più invalicabile di qualsiasi controllo israeliano.
Peccato che i numeri dicano altro.
Gli ultimi dati ufficiali di UNICEF e Banca Mondiale sulla prevalenza nei bambini sotto i cinque anni di wasting (malnutrizione acuta, ovvero quando un bambino è troppo magro rispetto alla sua altezza secondo gli standard OMS) dipingono un quadro chiarissimo. A Gaza, secondo l’indagine SMART coordinata da UNICEF tra fine maggio e metà giugno 2026, la prevalenza è intorno allo 0,5%. È un livello inferiore o uguale a quello pre-guerra (circa 0,8%) e colloca la Striscia nella fase 1 dell’IPC, quella “accettabile”.
IPC sta per Integrated Food Security Phase Classification ed è il sistema internazionale standard usato da ONU, governi e organizzazioni umanitarie per classificare la gravità dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione acuta.
Per confronto, la media mondiale 2024 è 6,6%; dei Paesi vicini a Gaza, l’Egitto è intorno al 3%, la Siria oltre il 5-11%, Sudan e Yemen presentano valori a due cifre, tra il 16% e oltre.
Gaza risulta, su questo indicatore specifico, tra le aree con i tassi più bassi della regione e confrontabile con diversi Paesi occidentali. Non è un’opinione pro-israeliana: è il risultato di misurazioni WHZ (punteggio del peso-per-altezza, il metodo standard internazionale) condotte sotto la supervisione di un’agenzia delle Nazioni Unite che non è mai stata tenera con Gerusalemme.
Quando i rapporti umanitari parlano di “rischio di malnutrizione” o di “pericolo di accesso agli alimenti”, non stanno descrivendo una realtà di bambini scheletrici diffusi. Stanno proiettando scenari, spesso politici, che non trovano riscontro nei dati misurati di wasting acuto. È la differenza tra un’emergenza reale e una narrativa.
Anche i dati sulle nascite non supportano l’immagine di una popolazione in collasso demografico per fame. Prima della guerra Gaza, quella raccontata come prigione a cielo aperto, aveva tassi di natalità tra i più alti della regione (oltre 50-55 mila nascite annue secondo le stime del Ministero della Salute di Gaza e dell’ufficio centrale di statistica palestinese). Durante il conflitto i numeri sono calati (circa 38 mila nel 2024, con ulteriori fluttuazioni, per arrivare di nuovo a 50.000 nel 2025), come avviene in ogni guerra prolungata per stress, distruzione dei servizi sanitari e difficoltà logistiche. Ma non si tratta di un crollo da carestia classica. La popolazione resta giovane e i tassi di fecondità, pur ridotti, restano elevati rispetto a gran parte del mondo.
Se le piazze e le “flottille” fossero davvero mosse dalla compassione per i bambini che soffrono, dovrebbero rivolgersi a Siria, Sudan, Yemen, parti dell’Iraq o all’Egitto stesso, dove i tassi di malnutrizione acuta sono strutturalmente più alti da anni. Invece la lente di ingrandimento resta fissata su un pezzo di terra grande come una provincia italiana, governato da un’organizzazione terroristica.
Il sospetto è che ciò accada per antisemitismo, ma guai a dirlo: quello è colpa di Netanyahu.
L’unica vera emergenza strutturale a Gaza ha un nome e dura da quasi vent’anni: Hamas. Documenti interni dell’organizzazione sequestrati dalle forze israeliane e report di intelligence indicano che percentuali significative di aiuti venivano dirottate, rivendute sul mercato nero o usate per finanziare miliziani e apparati.
Ma l’ONU dice di più tra le righe: l’85% degli aiuti non è arrivato a destinazione.
Non può dichiarare che sia colpa di Hamas, perché poi la narrazione ideologica ne risentirebbe.
Però questo dato indica che la quantità di aiuti umanitari, nonostante appena arrivi a Gaza si riduca a circa il 15%, soddisfa in qualche modo la nutrizione di una popolazione in guerra.
Non è un’analisi da “propaganda sionista”: è ciò che emerge da fonti multiple, comprese le stesse organizzazioni internazionali che ammettono problemi di saccheggi e controllo da parte di attori armati.
Mentre le manifestazioni sventolano una bandiera disegnata a suo tempo con contributi sovietici e una sciarpa che non ha nulla a che fare con la Palestina storica, i bambini di Gaza (secondo i dati misurati, non secondo le proiezioni) non stanno morendo di fame in massa. Stanno pagando il prezzo di un gruppo che ha preferito tunnel, razzi e ostaggi a ospedali funzionanti e distribuzione trasparente degli aiuti.
Chi davvero vuole aiutare i bambini della regione farebbe meglio a combattere chi li ha usati come scudi umani e come strumento di propaganda, invece di trasformare ogni lotta contro Hamas in un atto di “genocidio”. I numeri, quelli verificabili, parlano chiaro. La narrativa, invece, continua a preferire lo sdegno selettivo, quello che un secolo fa veniva teorizzato come metodo nel Mein Kampf e oggi si presenta come umanitarismo.