Gli attivisti della Flotilla si paragonano ai deportati: loro sono già a casa, da Auschwitz non si tornava
di Paolo Crucianelli - 27 Maggio 2026 alle 11:27
Ma non vi vergognate? Avete attraversato il Mediterraneo con una spavalderia degna di Ulisse. La Forza della causa era con voi. Poi, come previsto — perché tutti, dal vostro armatore mediatico all’ultimo dei lettori distratti, sapevano benissimo come sarebbe finita — vi fermano in mezzo al mare, vi fanno salire su quella che voi chiamate nave-prigione, che certamente non è una nave da crociera, vi sbarcano ad Ashdod dove vi trattengono addirittura un paio di giorni, e allora voi che fate? Piangete come i bambini a cui hanno fatto la bua. Bè, sappiate che Ulisse non lo avrebbe fatto. Lui, in dieci anni di mare, di prigionie vere ne aveva attraversate: l’antro di Polifemo, l’isola di Circe, l’eterna ospitalità di Calipso. Mai un piagnisteo in versi.
Certo, vi hanno maltrattato e dileggiato, vi hanno messo le fascette ai polsi e fatto inginocchiare, vi hanno sbattuto in cella, qualcuno è anche stato malmenato (verrebbe da chiedersi perché, visto quanto è poi successo in Spagna, dove la Ertzaintza ha dovuto effettuare quattro arresti, video di percosse virali, ma stranamente nessuno dei vostri ha gridato «lager»). È venuto a prendervi in giro con tanto di bandierina israeliana in mano il deprecabile ministro Ben-Gvir che, devo dirvelo, ha una statura morale paragonabile alla vostra. Ma non solo: avete esagerato in modo indecente i racconti dei vostri (mal)trattamenti. L’attivista e politica fiorentina Antonella Bundu ha paragonato la «nave-prigione» ai carri merci con cui venivano deportati gli ebrei, definendola «campo di concentramento galleggiante» e il trattamento ricevuto con le parole «hanno replicato l’orrore dei campi di concentramento che hanno subìto». Dello stesso tenore le dichiarazioni di Dario Salvetti, attivista del Collettivo di Fabbrica della ex-Gkn di Firenze, che ha definito la nave israeliana un «lager galleggiante». L’attivista francese Meriem Hadjal, appena rientrata a Parigi, ha denunciato di essere stata «sottoposta a violenze e palpeggiamenti di natura sessuale». E sono solo tre nomi: almeno quindici dei rilasciati hanno presentato denunce per aggressioni sessuali, alcune qualificate addirittura come stupri; accuse che il servizio penitenziario israeliano ha respinto in blocco. Tutti maltrattati, naturalmente; nessuno o quasi però con un livido da fotografare il giorno dopo. E i referti medici su cui vi appoggiate? Vengono in larga parte da ospedali turchi. Curiosa coincidenza: già nel 2010, dopo il Mavi Marmara, la documentazione clinica turca contribuì a costruire un racconto che il Rapporto Palmer dell’ONU avrebbe poi ridimensionato. La Turchia, su queste vicende, è parte in causa, non può essere considerate imparziale.
Paragonare tutto questo alla Shoah non è solo un esercizio retorico esecrabile; è un insulto alla memoria delle milioni di persone — sei milioni di ebrei, per la precisione, più rom, omosessuali, disabili, oppositori politici — che sono state, loro sì, genocidiate dalla macchina della morte nazista. I quali, va aggiunto, nei carri piombati non finivano ad Ashdod per essere espulsi due giorni dopo verso casa propria in aereo: finivano ad Auschwitz, e da lassù non tornavano. La differenza non è di sfumatura, è di natura. Voi siete tornati. Loro no. Ricordarsi questa banalità, prima di aprire bocca davanti a un microfono, sarebbe un atto minimo di decenza. La domanda posta all’inizio dell’articolo è, ovviamente, retorica. Lo so che non vi vergognate. Tuttavia dovreste.