L'intervista
Gli ebrei nell’Italia antica: la documentazione storico-letteraria ed epigrafica di Giancarlo Lacerenza
di Rosa Carillo - 4 Aprile 2026 alle 14:10
Con Gli ebrei nell’Italia antica (Carrocci Editori), Giancarlo Lacerenza, professore di storia e civiltà ebraica presso l’università Orientale di Napoli, propone una riflessione di ampio respiro basata su una solida documentazione storico-letteraria ed epigrafica. Il volume non si limita a ricostruire le tappe della presenza giudaica in Italia, ma analizza le dinamiche di uno status sociale in continuo mutamento — dall’integrazione iniziale alla progressiva marginalizzazione seguita alla cristianizzazione dell’Impero — offrendo uno strumento imprescindibile per comprendere la pluralità delle radici italiane.
Leggendo il suo libro si comprende bene che la presenza ebraica non è una vicenda isolata, ma come parte integrante e fluida della storia d’Italia…
“Infatti, è una componente da considerare insieme a tutte le altre. Sicuramente un elemento di minoranza, ma non un elemento minore, considerata la sua antichità e storia di continuità sul territorio”.
Qual è stata la sfida principale nel ricostruire i “primi mille anni” di storia ebraica in Italia partendo da fonti spesso frammentarie?
“Per il periodo più antico abbiamo quasi esclusivamente fonti storico-letterarie. Dal IV secolo in poi cambia tutto, perché aumenta la documentazione archeologica ed epigrafica: sinagoghe, epigrafi, manufatti di ogni genere, dalle lucerne ai sigilli, agli amuleti”.
Nel libro utilizza un mix di archeologia, epigrafia e testi letterari. In che modo i reperti materiali, come le catacombe hanno cambiato la nostra comprensione rispetto alle sole fonti scritte?
“In modo significativo! Grazie ai reperti e ai siti archeologici, possiamo “toccare con mano” ciò che le fonti scritte ci fanno solo intuire, o su cui tacciono. Un solo esempio: si vede bene, proprio dalle catacombe, come tutti, ebrei, pagani e cristiani, alla fine usassero lo stesso linguaggio, gli stessi mezzi espressivi. Ovviamente ciascuno coi propri simboli e riferimenti culturali”.
Lei sostiene che la storia ebraica sia “fusa” con quella italiana. Può spiegare come le comunità ebraiche dell’epoca riuscissero a mantenere un’identità distinta pur essendo profondamente intrecciate con il tessuto sociale romano e italico?
“La metafora della “fusione” funziona in realtà fino a un certo punto, perché nella fusione c’è inevitabilmente assimilazione. Questo nel caso ebraico è avvenuto solo quando ci sono state conversioni al credo della maggioranza. Laddove si è scelto di preservare il proprio retaggio, si può parlare di integrazione: un’integrazione più o meno riuscita, secondo i periodi, ma che ha senza dubbio mostrato di saper resistere nel tempo”.
Il volume evidenzia una forte concentrazione nell’Italia meridionale. Quali fattori resero il Sud il cuore pulsante dell’ebraismo antico nella penisola?
“Un fattore determinante è stato sicuramente quello geografico: il Meridione è la parte d’Italia più vicina alle coste egiziane e del Mediterraneo orientale. I flussi migratori, compresi quelli involontari come nel caso nelle varie deportazioni dalla Giudea verso Occidente, hanno incontrato, strada facendo, in primo luogo il Sud”.
Quali furono i cambiamenti più radicali nello status giuridico e sociale degli ebrei con l’affermarsi del Cristianesimo come religione di Stato?
“Si concretizza una definizione di minoranza come gruppo non solo subalterno, ma che non ha pari diritti. L’imposizione di sposare solo ebrei, il divieto di avere servitù cristiana, gli ostacoli quando non gli impedimenti nell’accesso alle cariche pubbliche. A guardare bene, sono elementi che ricordano molto i capi salienti delle Leggi razziali del 1938″.
In un’epoca di riflessione sulle identità plurali, cosa può insegnare la storia degli ebrei nell’Italia antica sulla natura stessa dell’identità italiana?
“Un insegnamento fondamentale c’è: si tratta della storia degli ebrei italiani, non solo della storia degli ebrei in Italia. Capito questo, il resto viene di conseguenza”.