Gli scienziati: la “vera età” del corpo aiuta a prevedere il rischio di malattie
26 Maggio 2026 alle 21:06

Uno studio del Sheba Medical Center di Ramat Gan suggerisce che la differenza tra l’età biologica e quella anagrafica di una persona potrebbe aiutare a prevedere futuri rischi per la salute, inclusi mortalità e ricoveri ospedalieri.
L’età anagrafica indica semplicemente il numero di anni vissuti da una persona. L’età biologica, invece, è una stima di quanto il corpo appaia “vecchio” sulla base di indicatori di salute come esami del sangue, funzionalità degli organi e livelli di infiammazione. A seconda dello stato di salute generale, dello stile di vita e del rischio di malattie, l’età biologica può risultare superiore o inferiore a quella reale.
Secondo i ricercatori, la differenza tra queste due misure potrebbe offrire ai medici un quadro più accurato della velocità con cui il corpo sta invecchiando rispetto alla sola età anagrafica. Potrebbe inoltre aiutare a individuare persone a maggior rischio di malattia prima ancora della comparsa dei sintomi.
«I risultati indicano che il divario tra età biologica ed età anagrafica potrebbe in futuro diventare una misura relativamente semplice e accessibile per identificare persone a rischio aumentato, anche prima dell’insorgenza di malattie significative», ha spiegato la dottoressa Avigail Goshen, coautrice principale dello studio.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica peer-reviewed Aging and Disease, ha seguito 2.597 partecipanti del programma Executive Survey dello Sheba per una media di 9,2 anni. Lo studio ha incluso 6.772 misurazioni mediche ripetute.
I ricercatori hanno utilizzato un modello di intelligenza artificiale in grado di stimare l’età biologica attraverso comuni esami del sangue, inclusi marcatori metabolici, ematologici, renali, epatici e infiammatori.
I risultati hanno mostrato che ogni anno aggiuntivo di età biologica rispetto all’età anagrafica era associato a un aumento del 15% del rischio di mortalità, anche dopo aver corretto i dati per età, sesso, indice di massa corporea, fumo e ipertensione. Ogni anno di differenza era inoltre collegato a un aumento del 6% dei ricoveri ospedalieri.
I partecipanti la cui età biologica superava di almeno tre anni quella anagrafica hanno mostrato tassi di mortalità più elevati durante il periodo di osservazione rispetto a coloro che presentavano differenze minori.
La professoressa Tzipi Strauss, direttrice del Longevity Center dello Sheba e coautrice dello studio, ha dichiarato: «Negli ultimi anni il campo della longevità è passato da discussione teorica a disciplina clinica e ricerca pratica. Lo studio dimostra come le informazioni mediche raccolte di routine possano diventare uno strumento per comprendere il ritmo dell’invecchiamento personale e sviluppare approcci preventivi personalizzati».
I ricercatori sottolineano che lo studio non può stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Tuttavia, ritengono che il divario nell’età biologica possa riflettere stress fisiologico sottostante, processi patologici nascosti o una ridotta capacità dell’organismo di reagire.
Se confermati per l’uso clinico, i risultati aprono alla possibilità che le misurazioni dell’età biologica possano in futuro migliorare la valutazione dei rischi sanitari a lungo termine e la pianificazione delle cure preventive.
Poiché questo metodo si basa su normali esami del sangue già largamente utilizzati nei sistemi sanitari, i ricercatori ritengono che potrebbe essere integrato con relativa facilità nella pratica medica corrente.
Monitorare l’età biologica nel tempo potrebbe inoltre aiutare medici e ricercatori a valutare se cambiamenti nello stile di vita o trattamenti medici riescano a rallentare l’invecchiamento biologico, favorendo in futuro terapie sempre più personalizzate.