Ha ancora senso festeggiare il 25 aprile? La Storia non ha insegnato nulla
di Mirko Bettozzi - 21 Aprile 2026 alle 11:03
“Parliamo a nome dei popoli che hanno sofferto le più feroci distruzioni che una guerra abbia mai inflitto a degli innocenti”. Con queste parole si apre il discorso in collegamento radiofonico da Washington del Presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, alla conferenza tenutasi a San Francisco dal 25 aprile al 26 giugno 1945 (Conferenza delle Nazioni Unite per l’Organizzazione Internazionale. In quell’occasione i delegati di quarantasei Paesi riesaminarono e riscrissero gli accordi di Dumbarton Oaks. La conferenza portò alla creazione della Carta delle Nazioni Unite. Tra i popoli che hanno “sofferto le più feroci distruzioni” c’eravamo, ovviamente, anche noi italiani, eppure da quel Congresso venimmo esclusi in quanto Paese “ex nemico”. Nonostante le accese proteste dell’allora ministro degli Esteri, Alcide De Gasperi, che dichiarò: “Il Governo italiano sente il dovere, nel momento in cui si apre la Conferenza, di esprimere pubblicamente il profondo disappunto del popolo italiano per l’esclusione della democratica Italia dalla Conferenza che è destinata a rimanere come durevole fondamento di pace tra le nazioni”. Per entrare a far parte dell’ONU, l’Italia dovette aspettare altri dieci anni.
Tra le sofferenze e le feroci distruzioni subite da noi italiani durante la Seconda guerra mondiale non si possono dimenticare i quasi cinquecentomila morti e le innumerevoli opere d’arte, palazzi, monumenti, chiese, bombardate e devastate durante il conflitto. Per non parlare dell’orrore che, non soltanto i militari, ma anche i civili italiani dovettero subire nei mesi dell’occupazione tedesca della nostra penisola: eccidi, deportazioni, esecuzioni sommarie, torture, e le tante altre atrocità commesse da nazisti e fascisti dopo l’8 settembre del 1943. Il celebre storico Claudio Pavone, scomparso ormai da un decennio, ricordava che in quelle giornate a cavallo tra l’aprile e il maggio del 1945 in Italia cessarono tre guerre: quella patriottica, combattuta contro l’invasore tedesco; quella civile, che vide scontrarsi fascisti e antifascisti; quella di classe, ovvero la lotta per la trasformazione della società. Mesi dopo, il 2 e 3 giugno del 1946, il popolo italiano, per la prima volta a suffragio universale, fu chiamato a scegliere tra monarchia e Repubblica. Scelse la Repubblica. Successivamente, il 22 dicembre del 1947, l’Assemblea Costituente approvò il testo della Costituzione entrata poi in vigore il 1° gennaio del 1948. Insomma, un percorso lungo e tortuoso quello della libertà, ma è grazie a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di schierarsi, combattere e, in molti casi, sacrificare la propria vita, se da più di ottant’anni siamo una democrazia.
Alla luce di quello che ancora accade in troppi Stati nel mondo, dove intere popolazioni sono private dei diritti fondamentali, dove i cittadini non sono liberi di manifestare ed esprimere il proprio pensiero, dove chi si oppone a regimi autoritari viene incarcerato, picchiato, ucciso, e la vita delle persone conta meno di quella di un insetto; oggi più che mai dovremmo far oro del monito di Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Ed essere grati a chi ha reso possibile il nostro 25 aprile, giorno della rinascita della Nazione. Ora vi rifaccio la domanda: “Ha ancora senso festeggiare il 25 aprile?”.