Hormuz è pieno di mine. L’Italia può bonificare lo Stretto: ora giochi un ruolo da protagonista

di Marco Del Monte - 13 Aprile 2026 alle 08:19

Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

L’11 aprile 2026 è da considerare una data storica: dal 1979, Usa e Iran non si erano più incontrati “vis-à-vis”. Quest’incontro è stato ospitato dal Pakistan ed è nato e svenuto (quasi morto) nell’arco di circa 20 ore, al termine delle quali i rappresentanti dei due Stati si sono lasciati senza neanche un saluto, men che mai un arrivederci. Abbiamo visto, nei giorni scorsi, che i due contendenti si sono scambiati l’elenco delle proprie richieste in due lingue, il farsi e l’inglese. Nel documento in farsi, però, compaiono richieste che nel testo inglese mancano. C’è da considerare, inoltre, che il Pakistan non è neutrale, perché è dichiaratamente anti-israeliano e anti-indiano, considerando anche che Israele e India hanno stipulato accordi sul sistema di difesa aerea.

Restando un attimo al folklore, l’aereo della delegazione iraniana si è presentato esponendo le fotografie delle alunne della scuola distrutta nei primi giorni di guerra. L’intento è ovvio: fare leva sul pietismo occidentale, tutto casa e chiesa, per esercitare pressione sugli Stati Uniti. L’Occidente europeo, ipocrita fino al midollo, piange i bambini morti, di cui, in realtà, non gli interessa nulla: l’obiettivo è il ritorno alla normalità. Nessuno vuole capire che, dopo il 7 ottobre 2023, il Medio Oriente e il mondo tutto non torneranno ad essere come prima.

Ora si accentua la condanna di Israele per giustificare tutto quello che accade, perché si andrà rapidamente a una crisi globale anticamera di un conflitto più ampio. Gli attori sul campo sono ufficialmente Usa e Israele da un lato e l’Iran e i suoi proxy dall’altro. Lo scenario è allucinante, perché l’Iran ha reagito colpendo tutti i Paesi del Golfo senza alcuna distinzione tra musulmani, ebrei o cristiani. Questi Paesi, tuttavia, non hanno reagito affatto, fidando nell’ombrello americano; l’Iran, lanciando due missili sulla base americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a quattromila chilometri di distanza, ha mandato un segnale all’Europa occidentale, raggiungibile dai suoi missili.

Dopo quasi 40 giorni di conflitto, l’Iran non cede e continua a lanciare missili a raggiera e armati di testate a grappolo. Ci si chiede come sia possibile, ma, considerando la realtà, questa appare come una domanda oziosa. Sul campo, in incognita, infatti, ci sono russi e ucraini, che si stanno inseguendo fuori dei confini del loro conflitto, e poi ci sono la Cina, l’India e il Pakistan: assente illustre l’Europa, che va in ordine sparso e in disordine strategico. La presenza dei russi è stata “certificata” nei giorni scorsi, quando, dopo il bombardamento della centrale nucleare di Bushehr, un russo è morto e 189 sono stati prelevati dall’Iran, perché non fossero fatti prigionieri. Dai dati acquisiti dai satelliti spia, gli Usa hanno avuto la certezza che la Russia, utilizzando le basi del Mar Caspio e, approfittando della fragile tregua, sta già reintegrando le perdite subite dall’Iran. La Russia ha tutto l’interesse a che il conflitto con l’Iran vada avanti e si amplii, perché il prezzo del suo petrolio aumenta ogni giorno che passa e può contrastare l’Ucraina anche fuori dai suoi confini.

L’Iran, infine, sta gestendo il suo ricatto sul blocco dello Stretto di Hormuz in modo piratesco, perché ha annunciato di aver minato lo Stretto spargendo mine antinave “random” ed escludendo di poterle ritrovare. In questa “partita truccata” però nessuno va a “vedere” le carte in mano all’Iran. Tra l’altro, l’unico Paese in grado di rintracciare le mine, pur se gettate a caso, è l’Italia perché ne produce di ottime e ha i mezzi per farlo. L’Italia, dunque, potrebbe gestire un suo spazio notevole, ma non può perché è un Paese votato alla pace: sic transit gloria mundi.

Il grande archivio di Israele

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