I media “pacifisti” normalizzano la violenza jihadista e accusano l’autodifesa occidentale
di Davide Romano - 5 Settembre 2026 alle 12:23
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani attorno allo Stretto di Hormuz. I titoli dei media? Quasi tutti uguali: “Gli Usa attaccano l’Iran”. Come se Washington avesse deciso, dal nulla, di bombardare un Paese senza motivo. La realtà è l’opposto: è stata una reazione al tentativo iraniano di posizionare mine navali nello Stretto di Hormuz, dopo mesi di attacchi alla navigazione commerciale. Non un’aggressione a freddo, dunque, ma una risposta a un pericolo militare concreto e imminente.
Minacciare lo Stretto peraltro non è un’azione diretta “solo” contro gli americani: è un ricatto contro l’intero pianeta, a partire dai Paesi più poveri, la cui agricoltura dipende dai fertilizzanti in transito su quelle rotte. Quando Teheran allarga il conflitto con missili sulla Giordania, sul Bahrain, sull’Iraq e sul Kuwait e droni contro gli Emirati Arabi Uniti, la notizia scivola in secondo piano, quasi fosse la reazione “comprensibile” di una vittima. Eppure questi Paesi arabi sono estranei alla crisi di Hormuz. È un’ulteriore prova che l’obiettivo dell’Iran non è solo difendersi, ma colpire l’islam moderato che dialoga con l’Occidente.
Questa inversione tra causa ed effetto è lo schema narrativo che si ripete da mesi. In realtà questo scontro nasce dalla natura stessa del regime teocratico. Dal 4 novembre 1979 — giorno in cui studenti khomeinisti occuparono l’ambasciata americana a Teheran tenendo in ostaggio 52 diplomatici per 444 giorni, in palese violazione del diritto internazionale — la Repubblica islamica ha fatto dell’aggressione unilaterale il pilastro della propria esistenza. Gli Ayatollah non “reagiscono”: attaccano per primi perché la loro ideologia lo impone. Per questo finanziano da decenni milizie che hanno come bersaglio Israele e gli Usa, da Beirut a Gaza fino a Baghdad. Agli occhi dei media, però, tutto questo non è mai “escalation”, lo è sempre e solo la risposta agli attacchi.
È lo stesso meccanismo applicato a Israele: si difende da terroristi fanatici che operano per eliminare “l’entità sionista”, ed è però sempre e solo Gerusalemme ad essere descritta come l’aggressore; chi attacca per primo scompare dai lanci di agenzia. La costante inversione non è un dettaglio stilistico: è il cuore di una narrazione che normalizza la violenza jihadista e mette sotto accusa l’autodifesa occidentale. Non è un caso che la tesi di una risposta americana “priva di giustificazione” sia la stessa linea usata dal regime iraniano: quando i media dipingono la ritorsione come un’aggressione a freddo, sdoganano le veline di Teheran.
Finché la stampa racconterà solo la reazione di chi si difende, lasciando nell’ombra chi ha sparato per primo, l’opinione pubblica occidentale continuerà a essere educata a un solo riflesso: sentirsi in colpa per essersi difesa. Con questo rovesciamento della realtà, per l’Occidente diventa quasi impossibile ottenere una vittoria netta, come accadde nel 1945: l’unico risultato che otterranno tanti media “pacifisti” sarà perpetuare la guerra che dicono di voler fermare.