Il femminismo da salotto è allergico alle donne iraniane che ringraziano Usa e Israele per l’attacco al regime

di Paolo Crucianelli - 11 Marzo 2026 alle 11:55

Durante il corteo dell’8 marzo a Roma si è verificato un episodio che, pur essendo passato in sordina nel dibattito pubblico, racconta molto più di quanto sembri sulle contraddizioni di buona parte del femminismo occidentale. Un gruppo di donne iraniane, presente alla manifestazione per denunciare il regime degli ayatollah e sostenere la necessità di porre fine alla teocrazia che governa il proprio Paese, è stato contestato dalle attiviste del corteo. Il motivo dello scontro era la loro posizione sulla guerra in corso contro l’Iran: le iraniane sostenevano che la caduta del regime fosse l’unica possibilità di liberazione per il loro popolo, in particolare per sottrarre le donne dal giogo della teocrazia.

La reazione delle manifestanti è stata immediata. “Avete sbagliato manifestazione”, è stato detto loro. La risposta è stata che non spettava alle attiviste italiane decidere cosa fosse meglio per le donne iraniane. Ne è nato un confronto acceso, conclusosi con l’intervento della polizia che ha separato i gruppi per evitare che la situazione degenerasse. Al di là dei dettagli dell’episodio, ciò che colpisce è il paradosso politico e culturale che esso mette in luce. Da una parte ci sono donne che da anni rischiano la prigione, la tortura o la morte per opporsi a uno dei regimi più repressivi del mondo. Dall’altra ci sono gruppi femministi europei che, pur rivendicando, almeno a parole, la difesa universale dei diritti delle donne, si sono trovati a contestare proprio quelle donne che quei diritti stanno cercando di conquistare pagando il prezzo più alto.

Il caso iraniano è forse l’esempio più evidente di questo cortocircuito. Da anni le proteste contro la Repubblica islamica sono guidate in larga parte da donne. Lo slogan “Donna, vita, libertà”, nato dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022, è diventato il simbolo di una rivolta che ha messo in discussione l’intero sistema politico e religioso costruito dagli ayatollah. Le donne iraniane non protestano per questioni simboliche o culturali: protestano per questioni di vita o di morte, contro un regime che controlla il loro corpo, la loro libertà di movimento, la loro possibilità di studiare, lavorare e vivere autonomamente.

Ciononostante, proprio su questo terreno si è aperta negli ultimi anni una distanza crescente tra l’opposizione iraniana e il femminismo occidentale. Mentre le attiviste iraniane chiedono con sempre maggiore forza la fine del regime con ogni mezzo, molti movimenti europei tendono a leggere la questione esclusivamente attraverso categorie ideologiche interne al dibattito occidentale: pacifismo assoluto, quindi rifiuto dell’intervento militare, diffidenza verso qualsiasi posizione percepita come “allineata” all’Occidente o a Israele. Il paradosso è difficile da ignorare. Donne che combattono una battaglia esistenziale contro un regime sanguinario vengono “corrette” o contestate da movimenti “da salotto” che rivendicano valori universali ma li applicano secondo schemi ideologici astratti. In altre parole, chi vive il problema sulla propria pelle viene invitato ad adeguarsi alla lettura politica di chi lo osserva da una distanza siderale.

Quando una donna iraniana scende in piazza, rischiando la vita, il suo orizzonte non è un dibattito accademico sull’imperialismo. È la possibilità concreta di vivere senza essere arrestata per un velo mal indossato, senza essere picchiata dalla polizia morale, senza essere condannata da un sistema giuridico che la considera cittadina di serie B. È per questo che l’episodio del corteo romano, pur essendo marginale in sé, diventa simbolico. Mostra quanto sia facile trasformare valori nati per difendere la libertà delle donne in un sistema di categorie ideologiche che finiscono per coprire la voce di chi urla per la libertà. E forse la domanda più semplice resta anche la più difficile: se il femminismo non riesce ad ascoltare proprio le donne che combattono contro uno dei regimi più misogini del mondo, allora per chi combatte?

Il grande archivio di Israele

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