Il Medio Oriente è in fiamme: l’artefice del caos si chiama Onu

di Marco Del Monte - 30 Giugno 2026 alle 11:29

La situazione attuale del Medio Oriente può definirsi “il trionfo del Kaos” e, storia alla mano, conferma che gli ultimi a mettere ordine sono stati i Romani, che hanno impiegato 160 anni. Adriano nel 135, dopo la rivolta di Bar Kokhba, soppresse alcune province, dopo aver dapprima cambiato il nome della Provincia Judaea in Syria Palaestina, provincia con confini amministrativi definiti che includeva Giudea, Samaria, Galilea e Perea, con sede del governatore a Cesarea Marittima. Nel 295 Diocleziano riorganizzò l’intera area: la Palaestina Prima con capitale Cesarea Marittima, la Palaestina Secunda con capitale Scitopoli e la Palaestina Salutaris, che comprendeva il Negev e l’ex territorio della provincia d’Arabia.

I confini quindi esistevano e avevano una storia amministrativa precisa. Mancava un soggetto politico riconoscibile, una istituzione, una struttura statale propria riconducibile a una popolazione omogenea. Tuttavia, finché c’è stata la dominazione romana prima e la presenza dell’Impero ottomano dopo, la mancanza di quella che abbiamo chiamato “una struttura statale propria riconducibile a una popolazione omogenea” non si è avvertita. Il Kaos che perdura ancora è cominciato dopo la caduta dell’Impero ottomano avvenuta nel 1922.

Nel 1947 la popolazione della Palestina era così composta:

  • Totale: circa 1.845.000 residenti;
  • Arabi (musulmani e cristiani): 1.237.000, pari al 67%;
  • Ebrei: 608.000, pari al 33%, quasi tutti immigrati dall’Europa nei trent’anni precedenti.

Cronologia della componente ebraica:

  • 1800: presenza ebraica minima e localizzata;
  • 1922: ebrei all’11% della popolazione totale
  • 1947: ebrei al 33%, per effetto esclusivo dell’immigrazione proveniente prevalentemente dall’Europa.

Il “là” al Kaos lo ha dato proprio l’Onu con la delibera n° 181 del 1947, perché, senza tener conto della situazione descritta più sopra, operò la “divisione” in due di una generica Palestina, esclusivamente sulla carta, con un pennarello verde. Una parte doveva comprendere lo Stato degli ebrei e una parte lo Stato degli arabi; tutti e due gli Stati avevano una cosa in comune: erano palestinesi. Una gran parte della popolazione cosiddetta “araba” rimase entro i confini assegnati agli ebrei e sono quegli arabi con cittadinanza israeliana, che ora siedono in Parlamento e che ricoprono cariche pubbliche di altissimo livello, come vice presidente della Corte Suprema o Rettore di Università. Per quelli che sono scappati è cominciata la Nakba (la catastrofe) e quello che considerano l’esilio.

L’Onu li ha assecondati, contribuendo al Kaos attuale perché ha creato un’Agenzia apposta per loro, la cosiddetta Unrwa, che li ha finanziati e assistiti, ovunque fossero; ha riconosciuto loro lo “status” di profughi  “ad aeternum”, status che è passato di generazione in generazione e che ha visto il loro numero crescere da settecentomila persone a tre milioni, che, se rientrassero in Israele, ne provocherebbero l’immediato collasso.

I cosiddetti “profughi” sono stati spalmati negli Stati limitrofi, alloggiati in campi profughi, dove hanno creato problemi su problemi. In molti Stati hanno provocato disordini e tentativi di rovesciamento dei regimi vigenti, provocando sanguinose repressioni (Giordania 1972, Libano 1982). Molti Stati “fratelli” hanno provato a spartirsi il territorio di uno Stato che ancora non riesce a nascere, aggiungendo confusione, della quale ha approfittato l’Iran, che nel 1982 ha insediato nel sud del Libano il primo nucleo di Hezbollah. C’è, infine, da considerare che ogni pace tra Israele e gli Stati vicini è sempre stata affossata, avendo come alibi la “mancanza” di uno Stato arabo di Palestina.

Il grande archivio di Israele

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