Il mito del gasolio che “fa aumentare tutto per colpa di Israele”. No, citofonate all’Iran

di Paolo Crucianelli - 23 Aprile 2026 alle 08:19

Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Nel dibattito pubblico italiano si è ormai affermata una narrazione tanto diffusa quanto semplicistica: l’aumento del prezzo del gasolio sarebbe la causa diretta dell’inflazione dei beni, in particolare alimentari, e starebbe “strangolando” il settore dell’autotrasporto. È una tesi efficace, perché intuitiva. Ma è anche, nei termini in cui viene spesso presentata, profondamente fuorviante. Partiamo dai dati. Assumendo un aumento medio del gasolio del 22,5% – rispetto alla situazione pre-guerra – un autotrasportatore che prima spendeva 1200 euro per un pieno oggi ne spende circa 1500. L’aumento è reale, ma non racconta tutta la storia. Il settore beneficia infatti del recupero di parte delle accise e della piena deducibilità fiscale del carburante. Tradotto: il costo effettivo netto dell’aumento si riduce sensibilmente, fino a circa il 15-17% reale sul carburante e, considerando il peso del carburante sui costi complessivi, a circa un +4-6% sui costi totali dell’impresa. È un aumento? Certamente sì. È “strangolante”? I numeri dicono di no.

Il passaggio successivo della narrazione è ancora più problematico: si sostiene che questo aumento si trasferisca direttamente sui prezzi finali dei beni. Ma anche qui i numeri raccontano altro. Il trasporto incide mediamente tra il 3% e l’8% sul prezzo finale di un prodotto alimentare. Applicando l’aumento reale dei costi di trasporto, l’impatto finale sul prezzo al consumo si colloca intorno allo 0,2% – 0,5%. In altre parole: il gasolio, da solo, non può assolutamente spiegare aumenti significativi dei prezzi dei beniSe quindi osserviamo rincari del 5%, 10% o più, è evidente che le cause vanno cercate altrove: energia, materie prime, dinamiche della filiera, oppure — in alcuni casi — margini che si allargano lungo la catena distributiva. Non necessariamente “speculazione” in senso stretto, ma certamente un’amplificazione che nulla ha a che vedere con il solo costo del carburante.

Eppure, nel racconto pubblico, il legame diretto tra petrolio, guerra e carrello della spesa viene continuamente riproposto. È una semplificazione potente, perché costruisce una catena causale immediata: conflitto, aumento del petrolio, aumento dei prezzi, impoverimento dei cittadini. Una sequenza lineare, emotivamente efficace, ma economicamente fragile. Questa dinamica si inserisce in una retorica più ampia, che tende a collegare ogni aumento dei costi alla situazione geopolitica internazionale, spesso con un sottotesto politico evidente. Un esempio recente è la campagna promossa da Ekō, una ONG globale attiva su temi ambientali e sociali e nota per iniziative di pressione pubblica e campagne mediatiche rivolte a governi e grandi aziende, che negli ultimi anni ha sostenuto posizioni fortemente critiche verso Israele e in linea con istanze pro-palestinesi. Attraverso inserzioni a pagamento diffuse su scala nazionale, l’organizzazione invita l’Italia a sostenere la sospensione degli accordi commerciali tra Unione europea e Israele, suggerendo testualmente: “Perché il popolo italiano deve pagare il prezzo di una guerra che non ha iniziato?”.

Il punto non è negare che la guerra abbia effetti economici. Li ha, ed è evidente. Ma un conto è riconoscere una relazione complessa, un altro è costruire un nesso diretto e semplificato che non regge alla verifica dei numeri. Il rischio di questo tipo di narrazione è duplice. Da un lato, si distorce la comprensione dei fenomeni economici, impedendo un’analisi seria delle vere cause degli aumenti. Dall’altro, si contribuisce a creare un clima di percezione emergenziale permanente, in cui ogni variazione di prezzo diventa la prova di una crisi sistemica imputata a un unico fattore e dando la colpa a un unico attore: Israele, quando, se c’è qualcuno a cui addossare la colpa, questo non può che essere chi ha bloccato lo Stretto di Hormuz, cioè l’IranE quando l’economia viene piegata alla narrazione, il rischio non è solo quello di capire meno, ma di decidere peggio.

Il grande archivio di Israele

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