Il nord di Israele da sempre sotto la minaccia dei missili, ma non fa notizia

di David Gerbi - 11 Giugno 2026 alle 08:19

C’è stato un periodo della mia vita in cui ho vissuto nel kibbutz Sasa, nell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine con il Libano. Eravamo un gruppo di giovani italiani arrivati lì animati da ideali forti: il sionismo, il socialismo, la fratellanza tra i popoli, la costruzione di una società più giusta e la convinzione che fosse possibile costruire ponti tra i popoli. Molti anni sono passati da allora. Oggi, di quel gruppo di amici, solo poche persone vivono ancora a Sasa. Con alcuni di loro sono rimasto in contatto e sentire le loro voci mi colpisce profondamente. Per chi osserva il conflitto da lontano, il nord di Israele è spesso soltanto un punto su una mappa. Per me, invece, ha volti, nomi e storie precise.
Tra queste persone c’è la dottoressa Angelica Calò Livne, cittadina italiana e israeliana, da anni impegnata nel dialogo interreligioso, nell’educazione alla pace e nella promozione della convivenza tra popoli diversi. Attraverso il teatro e numerose iniziative internazionali ha dedicato gran parte della propria vita alla costruzione di ponti e non di muri. Accanto a lei opera il marito Yehuda, anch’egli profondamente impegnato in questo lavoro. Ci sono poi Luciano Assin e la moglie Anna che, oltre ad essersi arruolato con dignità e coraggio quando è stato necessario, ha ricoperto ruoli di responsabilità all’interno del kibbutz. È un’eccellente guida turistica e autore di un recente libro dedicato al sionismo.
Queste non sono persone che vivono di guerra. Sono persone che hanno dedicato la propria vita alla cultura, all’educazione, alla memoria e alla pace. Eppure da anni vivono sotto la minaccia costante dei razzi e degli attacchi provenienti dal Libano. Ci sono stati periodi in cui il kibbutz si è quasi completamente svuotato. Famiglie intere hanno lasciato temporaneamente le proprie case. Bambini, genitori e anziani hanno vissuto per mesi con la necessità di correre dai salotti ai rifugi nel giro di pochi secondi.
Ma l’impatto di questa situazione non si ferma ai confini della Galilea. Ogni attacco, ogni allarme, ogni notizia proveniente dal nord di Israele viene seguito con apprensione anche dai familiari che vivono all’estero. Gloria, cugina di Angelica Calò Livne, mi ha raccontato che ogni volta che sente parlare di lanci di missili o di attacchi provenienti dal Libano fatica perfino a dormire. La preoccupazione per Angelica, per Yehuda e per tutti i parenti che vivono a Sasa la accompagna costantemente. Questo significa che lo stress e la paura non rimangono confinati nel nord di Israele. Attraversano il mare e raggiungono anche l’Italia, entrando nelle case, nelle famiglie e nei pensieri di chi ha persone care esposte quotidianamente al pericolo. La preoccupazione di Gloria simboleggia quella di molte persone che vivono all’estero e hanno parenti e amici in Israele. Non sono poche le persone che pregano e recitano i Salmi per coloro che si trovano in prima linea e per tutti coloro che rischiano la vita per difendere i propri cari e le proprie comunità.
Anche altri amici che vivono nel nord di Israele condividono la stessa esperienza. Una mia cara amica d’infanzia che viveva a Sasa e che ora vive a Karmiel, Lilli Di Consiglio, mi racconta spesso di come la vita familiare sia scandita dall’incertezza, dai sistemi di allarme e dalla necessità di proteggere figli e nipoti, in particolare la figlia con marito e tre bambini piccoli che vivono a Naharia che hanno sofferto tantissimo. Per questo guardo con una certa preoccupazione al modo in cui il conflitto viene spesso raccontato in Europa e in Italia. Le sofferenze della popolazione civile libanese meritano certamente attenzione, rispetto e compassione. Ogni vittima innocente rappresenta una tragedia. Ma una narrazione equilibrata dovrebbe riuscire a vedere entrambe le realtà. Dovrebbe raccontare anche la vita degli abitanti del nord di Israele. Dovrebbe dare voce a chi da anni vive sotto la minaccia di Hezbollah. Dovrebbe spiegare cosa significa crescere dei figli sapendo che un allarme può interrompere una cena, una lezione scolastica o una notte di sonno.
Quando si parla delle operazioni israeliane in Libano, l’attenzione pubblica si concentra spesso quasi esclusivamente sulle conseguenze delle azioni militari israeliane. Molto meno spazio viene dedicato agli attacchi che Israele subisce, alle minacce che affronta e al clima di insicurezza con cui milioni di cittadini convivono da anni. Non scrivo queste righe per negare la sofferenza di altri. Al contrario. Le scrivo perché conosco personalmente persone che vivono questa realtà ogni giorno. Persone impegnate nella pace, nella cultura e nel dialogo, che tuttavia continuano a vivere sotto una minaccia costante. Dopo aver visitato Israele molte volte nel corso della mia vita e dopo aver parlato con amici che vivono da decenni al confine nord, sono arrivato a una convinzione personale: non può esistere una comprensione autentica del conflitto se una delle due paure viene ignorata.
Chi vuole davvero comprendere ciò che accade deve essere disposto ad ascoltare sia il dolore delle famiglie libanesi sia quello delle famiglie israeliane che da anni vivono sotto la minaccia dei missili. La mia opinione è che il primo passo verso la pace non sia scegliere quale sofferenza raccontare e quale dimenticare, ma riconoscere la piena umanità di entrambe le popolazioni. Solo quando saremo capaci di vedere e ascoltare il dolore dell’altro senza cancellare il nostro, potremo costruire una comprensione più onesta della realtà e forse anche una speranza concreta di convivenza.
In conclusione, le persone che conosco nel nord di Israele continuano a vivere e a sperare. Continuano a educare, a costruire, a creare cultura e a credere nella possibilità di un futuro migliore. Nonostante la paura, nonostante i missili e nonostante il clima di odio che troppo spesso domina il dibattito pubblico, non hanno rinunciato alla convinzione che sia ancora possibile costruire una pace giusta e duratura. È forse questa la testimonianza più importante che porto con me: la forza di persone che non vivono per la guerra, ma che continuano a scegliere la vita.

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