Il palestinismo è una religione nera che impedisce la pace in Medio Oriente
di Francesco Lucrezi - 29 Giugno 2026 alle 08:23
Di recente, caso unico nella storia, tutti i palestinesi del mondo hanno ricevuto la cittadinanza onoraria di Parigi. Auguri. A proposito di questo meritato riconoscimento, faccio un paio di brevi riflessioni. Ho sempre pensato, purtroppo (e sottolineo il purtroppo), che una soluzione pacifica e negoziata del conflitto israelo-palestinese non ci sarà mai. O meglio, mai fino a quando non si capirà che la cosiddetta “questione palestinese” non è che un sottoprodotto, subdolo e ingannevole, della ben più antica “questione ebraica”.
La formuletta “due popoli due Stati” è frutto o di una assoluta ingenuità o di totale malafede. Se tutte le cosiddette zone occupate (ossia Gaza e Cisgiordania) fossero completamente libere dalla sola ombra di un israeliano, se Gerusalemme (anche con tutta la città vecchia, compreso il Muro del Pianto) fosse sotto completa sovranità araba, senza la benché minima traccia di un ebreo, beh, allora questa famosa soluzione sarebbe, infine, praticabile? O ancora no? Ebbene, questo futuro radioso non è difficile da immaginare. Non bisogna sognare una idilliaca realtà che potrà venire tra qualche migliaio di anni, dopo chi sa ancora quante guerre.
Basta tornare con la memoria un po’ indietro, di 59 anni, esattamente fino al 4 giugno 1967. Perché, fino a quel giorno, la situazione era esattamente quella. Tutta Gerusalemme, tutta la Cisgiordania, tutta Gaza, anche tutto il Golan assolutamente “judenfrei”. Totale, immediata possibilità di fare il secondo Stato, e quindi di avere i due Stati per i due popoli. Cosa lo avrebbe impedito? E sappiamo quello che è successo. Coloro che sognano una Palestina libera “dal fiume al mare” sembrano più intransigenti e sanguinari, e certamente lo sono, ma, almeno, sono più sinceri. In questi 59 anni, certo, sarebbe potuto avvenire qualche cambiamento, da parte araba e di tutti i nemici di Israele, tale da rendere la soluzione del compromesso, finalmente, praticabile. Qualche cambiamento che inducesse ad accettare serenamente e senza finzioni la legittimità dell’esistenza storica dello Stato di Israele, il diritto naturale del popolo ebraico a vivere nella sua terra, o almeno in una parte di essa, in un rapporto di proficuo e buon vicinato con i popoli confinanti. A porre termine alle continue violenze contro quel piccolo popolo e quel piccolo Stato, e a combattere senza esitazioni tutti gli estremisti, di qualsiasi colore, che si oppongono alla pacifica convivenza.
E, in effetti, dei cambiamenti ci sono stati, e molto rilevanti. Solo che sono andati nella direzione esattamente opposta. Forse i più giovani non ricordano che, fino al 1967, nessuno parlava di “questione palestinese”, e nessuno sapeva, per esempio, che la Palestina avesse una bandiera (che, nella versione attuale, è stata creata nel 1964): chi l’aveva mai vista? Si parlava solo di questione israeliana, ossia della abusività di quel piccolissimo staterello ebraico nell’immensità delle sconfinate terre arabe e islamiche. Poi, dal 1967, è nato il trucco della questione palestinese. Un trucco.
Da allora la narrativa del mondo è stata sempre la stessa, ossia quella di una sistematica, capillare, ossessiva, morbosa criminalizzazione di Israele, ma con un’importante novità: un’altrettanto sistematica, capillare, ossessiva, morbosa santificazione della Palestina. I palestinesi sono diventati il popolo martire per eccellenza, sono oggetto di una devozione di tipo religioso, da parte degli appartenenti a tutte le fedi del mondo. Tutti, ma proprio tutti li venerano: arabi, musulmani, cristiani, ebrei, comunisti, democratici e totalitari, occidentali e orientali. Tutti. È l’unica cosa che mette d’accordo neofascisti e terroristi rossi, sacerdoti e atei, razzisti e attivisti per i diritti civili. Il palestinismo è una religione nera, ma non è una religione nuova. Come ho avuto modo di notare, non è che l’ultimo abito della vecchia religione antisemita.
Dopo il 7 ottobre, entrambi i fenomeni (che poi sono le due facce della stessa medaglia), ossia la criminalizzazione di Israele e la santificazione della Palestina, hanno raggiunto picchi inimmaginabili. I singoli cittadini di Israele, e spesso i singoli ebrei, sono oggetto di una sorta di caccia all’uomo, in tutto il mondo, cacciati da Università, alberghi, ristoranti, festival letterari e musicali, trattati come degli appestati o degli untori, mentre chiunque possa presentarsi come palestinese (e il numero degli aventi diritto si è ingigantito in modo impressionante) è accolto come una sorta di Cristo sofferente, meritevole di soccorso, amore, riconoscimento, tutto. Ai primi, tutto il male del mondo; ai secondi, tutto il bene.
Tanto si è allargata la divaricazione tra la mostrificazione dei primi e la santificazione dei secondi che pare impossibile che essa continui ancora ad ampliarsi. Eppure, accade. Non è dato sapere cosa accadrà in futuro, ma una cosa è certa. Ogni gesto di santificazione, così come ogni gesto si criminalizzazione, non fa che allontanare ancora di più questo miraggio della pace. Come potrebbe mai un popolo di angeli vivere in pace a un popolo di dèmoni? Quale barriera di fuoco dovrebbe dividere questi due regni, l’Inferno dal Paradiso? Quel giorno, quindi, si allontana sempre di più. Ma, in realtà, il “mai” non può allontanarsi ulteriormente. Mai vuol dire mai. Quindi, caro Sig. Grégoire, Sindaco di Parigi, mi dispiace dirtelo, ma il tuo gesto non è servito a niente. Nada de nada.