Ecco i finti rivoluzionari
Il paradosso dei pro-Pal al Coachella: fanno cori anti-Israele ma danno un assist economico a Trump
di Enrico Cerchione - 23 Aprile 2026 alle 14:13
È il capitalismo, bellezza. E quando si ritorce contro i suoi detrattori è lì che si rafforza. Coachella è il festival di musica più iconico degli Stati Uniti. Il patron è il miliardario Philip Anschutz (patrimonio netto 19,4 miliardi di dollari secondo Forbes 2026). La sua Anschutz Corporation, che controlla AEG e Goldenvoice, ha versato negli ultimi 6-7 anni tra i 5 e i 7 milioni di dollari (o più, includendo donazioni indirette) verso cause repubblicane, conservatrici e anti-woke: governatori, attorney general, controllo del Senato e della Camera, gruppi anti-aborto. Nessun centesimo ai Democratici. Eppure il festival resta il sancta sanctorum del pubblico di sinistra più schierato. Sul palco e tra la folla entusiasta il rito è sempre lo stesso: kefiah al collo, proiezioni con «Israel is committing genocide», «Fuck Israel. Free Palestine», cori di migliaia di giovani che urlano «from the river to the sea». Kneecap ha trasformato il set in un comizio, Gigi Perez ha invocato «Free Palestine» insieme a «fuck ICE», Turnstile e Wet Leg hanno esibito cartelli e pin.
Il business della musica live in Occidente è da decenni culturalmente di sinistra. Ma i biglietti partono da 549-649 dollari ufficiali e arrivano facilmente a 2.000, 4.000, 6.000 o persino 7.000 sul mercato secondario per tre giorni. A pagare sono soprattutto i figli della upper class: ragazzi di college con rette da 80-90.000 dollari l’anno, mantenuti dai genitori, che si accampano nel deserto recitando slogan senza sapere bene dove scorra quel fiume e quale sia quel mare. Tra loro ci sono anche giovani ebrei, che però si guardano bene dal farsi riconoscere: niente stelle di David, niente simboli visibili, per non attirare sguardi ostili in mezzo ai cori di «Fuck Israel». Quei ragazzi, che hanno passato gran parte dell’anno in tende nei campus a manifestare contro Israele, ora piantano altre tende nel deserto di Coachella per tre giorni di «rivoluzione». Tanti soldi spesi per un anno di camping spesso sostenuti dai loro cattivi maestri. Sono gli stessi che domani guideranno banche, aziende, media e politica dell’Occidente. Speriamo bene. Rinsaviranno, speriamo, quando pagheranno le prime bollette con lo stipendio da stagista invece che con la carta di credito di papà.
Quando si tratta di boicottare prodotti israeliani sono sempre in prima linea, come nel caso della SodaStream che dava lavoro a centinaia di famiglie palestinesi: sotto la pressione del movimento BDS (oscenamente antisemita), l’azienda fu costretta a chiudere lo stabilimento in Cisgiordania e centinaia di palestinesi persero il posto. Ma nel caso di Coachella fingono di non sapere che stanno riempiendo le casse del partito di Donald Trump, grande amico di Bibi Netanyahu, proprio quello del «genocidio» che denunciano urlando come se i genitori gli avessero tolto i social per una settimana. Il capitalismo non ha ideologia. Incassa da tutti, anche da chi lo odia con tutto il cuore pur non rinunciando mai ad esso, godendosi i suoi comfort.