Il paradosso: dopo il 7 ottobre, alcuni ebrei fanno proprie le accuse più radicali rivolte dall’aggressore contro Israele

di David Gerbi - 24 Giugno 2026 alle 11:39

Dopo il 7 ottobre ho osservato un fenomeno che merita una riflessione non soltanto politica, ma anche psicologica e morale. Mi riferisco a quei settori del mondo ebraico che sembrano assumere come punto di partenza l’accusa permanente contro IsraeleIsraele diventa così l’imputato permanente della storia. Qualunque cosa accada, la responsabilità finale viene attribuita allo Stato ebraico. Alcuni ebrei arrivano persino a fare proprie le accuse più radicali contro Israele, talvolta adottando il linguaggio dei suoi avversari più ostili. Non è la critica a colpirmi. Israele, come ogni democrazia, può e deve essere criticato. Il problema nasce quando la critica si trasforma in delegittimazione sistematica e quando allo Stato ebraico vengono applicati criteri che non vengono applicati a nessun altro Paese.

Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno richiama un meccanismo ben conosciuto: l’identificazione con l’aggressore. Anna Freud lo descrisse come una difesa dell’Io attraverso la quale chi si sente minacciato assume inconsciamente il punto di vista della forza dominante. Sándor Ferenczi osservò qualcosa di simile nei contesti traumatici: per ridurre l’angoscia, la vittima può interiorizzare il linguaggio e la visione del mondo dell’aggressore. Questa chiave di lettura può aiutare a comprendere perché alcune persone arrivino a utilizzare contro Israele gli stessi argomenti impiegati dai suoi detrattori più radicali. Non necessariamente per convinzione profonda, ma perché l’adesione alla posizione dominante offre appartenenza, accettazione e protezione.

Queste riflessioni mi hanno accompagnato durante il Congresso Internazionale dell’IAAP di Zurigo del 2025, al quale partecipavano quasi tremila colleghi provenienti da tutto il mondo. In quei giorni scelsi di dichiarare apertamente il mio amore per Israele. Per sei giorni girai per il congresso indossando una maglietta con la scritta “I Love Israel” sul davanti e “Shalom – Peace – Salaam” sul retro. Non era una provocazione. Era una testimonianza di identità, dialogo e pace. Durante uno degli incontri dedicati al conflitto mediorientale rimasi colpito dal clima che si era creato. Nei giorni precedenti erano stati distribuiti migliaia di volantini che accusavano Israele di genocidio e proponevano una sola narrazione del conflitto. Per la prima volta compresi quanto possa essere forte la pressione psicologica e sociale di una visione collettiva quando viene presentata come l’unica posizione moralmente accettabile.

Decisi allora di preparare un volantino nel quale non difendevo un governo né una posizione politica particolare. Chiedevo semplicemente che venissero ascoltate anche le voci israeliane e che il principio di inclusività fosse applicato a tutti. Quando presi la parola dissi che un’associazione che si definisce inclusiva dovrebbe avere il coraggio di ascoltare tutte le parti. Non chiesi che tutti fossero d’accordo con me. Chiesi soltanto che tutte le voci avessero il diritto di essere ascoltate. Ero consapevole che quella posizione avrebbe potuto compromettere alcuni rapporti professionali costruiti negli anni. In parte accadde. Tuttavia ritenevo che il silenzio avrebbe avuto un costo ancora più alto. Quello che avvenne dopo mi colpì profondamente. Un collega tedesco attraversò la sala per stringermi la mano e ringraziarmi. Una collega svizzera mi disse: «Hai detto tutto quello che avremmo voluto dire noi». Una collega portoghese aggiunse: «Hai avuto il coraggio di dire ciò che molti di noi pensavano, ma avevano paura di esprimerlo». Ciò che mi è rimasto nel cuore non sono state le polemiche. È stata la solidarietà silenziosa di tante persone che, pur non intervenendo pubblicamente, sentivano il bisogno di esprimere il proprio sostegno.

La storia ebraica insegna che il pericolo non proviene soltanto dai nemici esterni. Talvolta nasce anche dalla paura, dal conformismo e dal desiderio di approvazione. Ma la storia mostra anche la possibilità opposta. Durante la Shoah vi furono uomini e donne che avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte. Avrebbero potuto seguire la maggioranza e proteggere sé stessi. Invece scelsero di rischiare la propria libertà, i propri beni e talvolta la propria vita per salvare degli ebrei. Per onorare il loro coraggio, Yad Vashem ha istituito il riconoscimento dei Giusti tra le Nazioni. Il loro significato va ben oltre la storia della Shoah. Essi testimoniano che esiste sempre una scelta: tra la paura e il coraggio, tra il conformismo e la coscienza, tra l’identificazione con l’aggressore e la difesa della vittima. La storia dei Giusti tra le Nazioni mostra che esiste sempre un’alternativa all’identificazione con l’aggressore. È la scelta di chi, anche sotto pressione, rimane fedele alla propria coscienza. Jung aveva compreso profondamente questo pericolo. Le masse non producono coscienza. La coscienza nasce sempre dall’individuo. Le trasformazioni collettive autentiche possono avvenire soltanto quando gli individui trovano il coraggio di confrontarsi con la propria coscienza.

La vera domanda, allora, non riguarda soltanto Israele. Riguarda ciascuno di noi. Quando la pressione collettiva aumenta, quando la maggioranza indica una direzione e quando il conformismo promette sicurezza e approvazione, scegliamo di seguire la folla o di restare fedeli alla nostra coscienza? La dignità umana comincia nel momento in cui una persona trova il coraggio di pensare con la propria testa, parlare con la propria voce e assumersi la responsabilità delle proprie convinzioni. È forse questa la lezione più importante che ci lasciano sia i Giusti tra le Nazioni sia tutte quelle minoranze che, in ogni epoca, hanno avuto il coraggio di restare fedeli alla verità quando la maggioranza chiedeva silenzio.

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