Il preside che si scusa per aver parlato della Shoah: la lezione sull’antisemitismo turba gli studenti arabi
di Enrico Cerchione - 2 Luglio 2026 alle 08:19
A Lexington, nel Massachusetts, nella William Diamond Middle School, un preside ha inviato un’email ufficiale alle famiglie degli alunni di settima classe (12/13 anni) per scusarsi. Il motivo? Una lezione obbligatoria sull’Olocausto e sull’antisemitismo contemporaneo avrebbe fatto sentire alcuni studenti arabi, musulmani, palestinesi e libanesi “invisibili”, “esclusi”, “cancellati” o addirittura “meno sicuri”. Ha promesso di riprogettare l’insegnamento su “odio, pregiudizio e giustizia” in modo che “includa tutte le comunità e tutte le nostre storie”. Il dettaglio che rende il caso ancora più grave è che la stessa scuola, pochi mesi prima, aveva subìto graffiti antisemiti e razzisti nei bagni, con simboli neo-nazisti e offese esplicite. Eppure il preside non ha raddoppiato l’educazione storica contro l’antisemitismo reale ma ha scelto di assecondare chi si sentiva “offeso” da una lezione sui fatti.
Johnny Cole è il tipico preside ultra progressista. Prima di questo incarico è stato Director of Equity & Student Support del distretto di Lexington. Ha un PhD in Educational Studies, insegna programmi di equity, è tra i fondatori di associazioni di leader scolastici per l’equità e ha pubblicato interventi sul tema “Diversity, Equity and Inclusion nelle scuole pubbliche”. Il suo curriculum è un manifesto di quella che oggi si chiama DEI: un apparato ideologico che mette al centro non i fatti, non la conoscenza, non la spina dorsale morale dell’educazione, ma il sentimento soggettivo di ogni gruppo identitario, soprattutto se si autodefinisce “minoritario” o “oppresso”. In questo caso si rasenta il paradosso, perché di fronte a un aumento documentato dell’antisemitismo (graffiti, vandalismi anti-Israele, segnalazioni di genitori ebrei) il preside ha preferito denaturare la Shoah piuttosto che difenderne l’insegnamento. Ha trasformato una lezione storica in un esercizio di “inclusione” dove la sofferenza ebraica deve essere bilanciata, denaturata, resa “sicura” per tutti. Questo è il sintomo di una palude culturale più ampia.
Nel Regno Unito, secondo i dati della Holocaust Memorial Day Trust, il numero di scuole che commemorano la Giornata della Memoria dell’Olocausto è calato di quasi il 60% dopo il 7 ottobre 2023. Da oltre 2.000 scuole si è scesi a poche centinaia. Molti istituti hanno rinunciato per timore di “reazioni” da parte di alcune comunità. Lo stesso meccanismo che abbiamo visto a Lexington: non si insegna di più perché l’antisemitismo cresce, si insegna di meno perché qualcuno potrebbe offendersi. In Francia, Samuel Paty è stato decapitato nel 2020 per aver mostrato vignette di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà di espressione. Prima di lui, già molti insegnanti praticavano l’auto-censura su satira, laicità e storia. Dopo di lui, il timore è aumentato. Charlie Hebdo non è solo un giornale di satira: è il simbolo della libertà di stampa. Paty non era un provocatore: era un insegnante che faceva il suo mestiere. Oggi chi si “offende” per una lezione sulla Shoah pretende lo stesso trattamento riservato a chi si offende per una vignetta: il silenzio dell’istituzione, anzi della più importante istituzione di uno Stato Democratico. Negli Stati Uniti, alla Hamline University, una professoressa di storia dell’arte è stata licenziata perché aveva mostrato dipinti storici islamici che raffiguravano Maometto. L’università ha parlato di “islamofobia”. A Brooklyn, la preside di una middle school ha inizialmente rifiutato di far parlare un sopravvissuto all’Olocausto perché sul suo sito comparivano messaggi su Israele e Palestina. Solo dopo le proteste ha fatto marcia indietro.
In tutti questi casi il copione è identico: un fatto storico o un documento culturale viene sottoposto al vaglio del nuovo e ottuso sentimento identitario. Se qualcuno si dichiara offeso (soprattutto se appartiene a una minoranza “protetta”) l’istituzione si piega. La scuola, che dovrebbe essere il luogo dove si insegna a distinguere fatti da opinioni e a sopportare quello che chiameremmo “il disagio della verità”, diventa un campo neutro, accogliente verso gli intolleranti, purché si presentino come deboli. La vera vittima di questo meccanismo continua a essere la minoranza ebraica. È l’unica minoranza al mondo il cui Stato viene sottoposto alla lente d’ingrandimento più feroce della storia contemporanea proprio perché esiste e combatte per sopravvivere. Ogni lezione sulla Shoah viene guardata con sospetto, ogni collegamento con l’antisemitismo contemporaneo viene accusato di “islamofobia” o di “mancanza di inclusione”. La sofferenza ebraica deve essere sempre bilanciata, mai assoluta. La Shoah deve diventare “una delle storie”, non la storia di un genocidio industriale unico nella sua pianificazione e nella sua ideologia.
Questa è la tossicità profonda dell’ideologia DEI applicata all’educazione, che non è inclusione ma è resa. Si protegge chi si sente debole anche quando quella “debolezza” viene usata per censurare la verità. Si asseconda l’ignoranza spacciandola per sensibilità. Se qualcuno si offende perché si approfondisce la Shoah, quel qualcuno va educato di più, non assecondato. L’educazione non è un servizio di ristorazione emotiva. Non è un luogo dove si ritrova sicurezza, ma il luogo dove si impara a stare di fronte ai fatti, anche quando fanno male. Quando un preside con un bel pedigree DEI sceglie di scusarsi per aver insegnato l’Olocausto in una scuola che ha appena subìto graffiti neo-nazisti, non sta facendo inclusione. Sta abdicando. E ci sta dicendo che la spina dorsale dell’Occidente si sta spezzando proprio dove dovrebbe essere più forte: nella scuola.