Il “problema palestinese” è l’alibi perfetto dell’Iran per inseguire il sogno storico: distruggere Israele

di Marco Del Monte - 4 Giugno 2026 alle 11:37

Cui prodest? A chi giova il problema palestinese, ma soprattutto “perché è un problema”? L’antica terra di Canaan, all’epoca della dominazione romana, sotto Adriano (135 d.Ch,) era suddivisa in tre grandi province (la Galilea, la Giudea e la Samaria), ed era abitata dai residui delle vecchie popolazioni, sopravvissuti alla conquista ebraica e dagli ebrei discendenti dagli abitanti dei due regni: Israele, sconfitto dai Siriani del re Sargon nel 722 a. Ch. e Giuda, distrutto due volte, prima dai babilonesi di Nabuccodonosor II nel 586 a. Ch. e poi dai romani della famiglia Flavia nel 70 d. Ch. Adriano soppresse le tre province, le unificò in un’unica entità territoriale, che chiamò Palestina, sede unica di una miriade di etnie, una sola delle quali poteva essere identificata in un popolo: quello ebraico. Per la verità, c’era un’altra etnia concentrata in una entità territoriale definita ed era quella dei gazawi, rimasta immutata sin dal 2000 a.Ch.; nei libri mosaici questo popolo è chiamato falashtìn, che, nella loro lingua originaria, significava “uomini del mare”.

La Palestina, tranne il periodo dei due regni ebraici, è sempre stata una terra di passaggio e, spesso, campo di battaglia tra gli eserciti del nord e quello egiziano, che si affrontavano preferibilmente nella piana dominata dal monte Meghiddo (in ebraico ar, monte, Meghiddò, da cui armagheddon, diventato sinonimo dell’apocalisse). Le popolazioni che occupavano queste terre erano dedite a traffici di ogni tipo (compreso quello di esseri umani) e alla pastorizia, ovvero erano popolazioni non stanziali, difficilmente classificabili. Il lunghissimo periodo della dominazione ottomana (1299-1922) non modificò in nulla la situazione, in quanto quelle popolazioni continuarono a condurre la stessa vita. Nel 1922, quando l’impero ottomano si dissolse, la situazione cambiò radicalmente, perché quell’antica provincia romana di Palestina cominciò a divenire un “focolare ebraico”, con gruppi di ebrei europei che cominciavano a fuggire dall’Europa, nella quale si stava risvegliando l’antiebraismo.

L’impero ottomano fu sostituito dai protettorati, soprattutto inglese e francese, che si spartirono il territorio. La Francia si stabilì sostanzialmente in Libano, in Iraq e nella Siria del sud, mentre l’Inghilterra prese possesso delle due “Giordanie (trans e cis)” e della Galilea, mentre Gaza rimase indipendente, ma sostanzialmente nell’orbita egiziana. Questa sistemazione territoriale andava bene a tutti e nessuno ha avuto mai il desiderio (o il bisogno) di creare uno Stato “arabo” di Palestina, anche per la presenza di numerosi insediamenti di cristiani cattolici, rimasti in Palestina dal tempo delle crociate, di cristiani copti e greco ortodossi, armeni (scampati alle persecuzioni turco-ottomane), drusi, beduini e altre etnie minori. Gaza continuava ad essere un’entità a sé, abitata da una popolazione da sempre considerata poco socievole e poco ospitale; oltretutto con riserve d’acqua che la portavano ad essere autosufficiente.

Tutto sarebbe rimasto così se non ci fosse stata la Seconda guerra mondiale, con il suo fardello legato alla Shoah. L’immigrazione di ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti inserì un problema prima inesistente, perché Libano, Siria, Giordania ed Egitto, già intenti a spartirsi le spoglie dell’impero ottomano, si trovarono di fronte a un caso imprevisto: l’aumento degli ebrei, che sconvolse i loro piani. L’Onu, che sostituì la Società delle Nazioni, con l’intento di pacificare la situazione approvò la spartizione della Palestina, assegnandone una parte agli ebrei residenti e una parte agli arabi (che non erano arabi). Questo nuovo “Paese arabo” non aveva alcuna voglia di nascere, cosa che facilitò i Paesi sopra ricordati che attaccarono subito il nuovo Stato d’Israele, collocando i fuggiaschi in campi profughi, finanziati dall’Onu, che provvedeva a tutti i loro bisogni. I profughi non dovevano pensare a nulla e così è cresciuta una moltitudine di persone che, in attesa di tornare da dove erano venute, non ha creato niente di definitivo.

Questi “profughi” facevano invece molto comodo ai Paesi circostanti che li hanno sfruttati sempre come arma contro Israele, come fossero un coltello puntato alla gola. Da notare che nessuno ha parlato mai di “popolo palestinese”. Il primo a farlo, come abbiamo già avuto modo di vedere, fu il nipote del Gran Muftì di Gerusalemme, l’egiziano Yasser Arafat, espulso dall’Egitto, per la sua appartenenza alla fratellanza musulmana, che si stanziò nella Cisgiordania insieme a un folto gruppo di egiziani, come lui cacciati dal Paese d’origine. Nel 1974 Arafat proclamò lo Stato di Palestina “dal fiume al mare, con capitale Gerusalemme”. Nel 1979 nacque la Repubblica Islamica dell’Iran, (dopo la deposizione dello Shà di Persia) dove Arafat si recò e dove ripeté la sua affermazione che non aveva alcun fondamento, anche perché basata su un nucleo di egiziani espulsi dal loro Paese per sedizione e terrorismoL’ayatollah Khomeini, prima Guida suprema del neonato Iran, sfruttò immediatamente la situazione, per dare attuazione al suo statuto che ai primi punti prevedeva la distruzione dello Stato di Israele.

Il neonato (a sua insaputa) “popolo palestinese” si vide assegnare il compito di insidiare Israele in tutti i modi. L’Iran creò, in rapida successione, una catena di “eserciti” (detti proxy) incaricati di attaccare Israele per suo conto, armandoli e istruendoli e manovrandoli come marionette. Nacque così il problema palestinese, che è come il famoso “nodo gordiano” spezzato da Alessandro Magno con un colpo di spada. Speriamo che anche stavolta possa essere assestato il colpo definitivo, perché la questione palestinese non è un problema per Israele ma è il perfetto alibi dell’Iran.

Il grande archivio di Israele

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