Il regime iraniano ringrazia Sánchez: le sue parole e la sua faccia sui missili
di Paolo Crucianelli - 25 Marzo 2026 alle 08:06
C’è una linea sottile ma decisiva che separa la critica legittima dalla presa di posizione irresponsabile. È una linea che in politica estera dovrebbe essere sempre chiara, perché le parole, soprattutto quando pronunciate da leader istituzionali, non restano mai neutre: vengono raccolte, amplificate, strumentalizzate. È esattamente ciò che sta accadendo con Pedro Sánchez. Che si possano criticare le operazioni militari è fuori discussione. È legittimo, in una democrazia, interrogarsi sull’uso della forza. Ma quando la critica si trasforma in una narrazione unilaterale, che ignora il contesto e utilizza categorie estreme come “genocidio”, si esce dal terreno del confronto politico per entrare in quello della propaganda – e non necessariamente della propria.
Le immagini diffuse dall’agenzia iraniana Tasnim, con missili decorati con il volto e le parole del premier spagnolo, sono emblematiche. Non sono un dettaglio folcloristico, ma un segnale politico chiarissimo: il regime iraniano, attraverso i Pasdaran, ha trovato nelle dichiarazioni di un leader europeo uno strumento utile per legittimare la propria narrativa. E non esiste, per un governo autoritario impegnato in un conflitto, propaganda più efficace di quella che può essere attribuita a una voce occidentale.
Qui sta il punto. Non si tratta di sostenere che Sánchez condivida gli obiettivi dell’Iran o di Hamas. Sarebbe una forzatura. Ma è altrettanto difficile negare che il suo posizionamento politico finisca oggettivamente per rafforzare chi, in quella regione, utilizza il terrorismo o governa attraverso la repressione. Quando un attore come Hamas o un regime come quello iraniano possono appropriarsi delle parole di un leader europeo e incollarle sui propri missili, significa che qualcosa, nella comunicazione politica, non ha funzionato.
C’è poi una seconda conseguenza, meno immediata ma altrettanto grave: la frattura europea. L’Unione europea ha sempre cercato, con fatica, di mantenere una posizione equilibrata. Scelte unilaterali e dichiarazioni radicali rompono questo equilibrio, indeboliscono la credibilità europea e rendono impossibile una linea comune. Il risultato è un’Europa divisa, percepita all’esterno come incoerente e quindi irrilevante. E in uno scenario internazionale sempre più instabile, questa è forse la conseguenza più pericolosa.
Infine, vi è un terzo effetto, pericoloso e subdolo: queste prese di posizione estreme, proprio perché espresse dal capo di un governo europeo, non possono che favorire e giustificare l’antisemitismo dilagante che nel nostro continente non fa che crescere, come testimoniano gli episodi di cronaca, ormai quotidiani.
Si può dissentire, si può criticare, si può anche essere duri nelle valutazioni. Ma c’è una responsabilità che deriva dal ruolo istituzionale: quella di misurare l’impatto delle proprie parole. Perché nel mondo reale, quello dei conflitti, non esistono dichiarazioni “innocue”. Sánchez ha scelto una linea che va oltre la critica e scivola verso una posizione che, di fatto, offre argomenti e immagini ai peggiori attori della regione. Non è solo un errore politico. È un errore strategico. E, nel suo effetto concreto, rasenta una forma di complicità (spero) involontaria con chi quella propaganda la utilizza per giustificare guerra e terrore.