Il sondaggio che può cambiare tutto: gli americani si allontanano da Israele mentre il tempo stringe
di Paolo Crucianelli - 1 Aprile 2026 alle 08:16
Per oltre vent’anni, l’opinione pubblica americana è stata uno dei pilastri più solidi su cui Israele ha potuto contare. Il dato era costante, quasi strutturale: una maggioranza netta degli statunitensi dichiarava di simpatizzare per Israele nel conflitto con i palestinesi. Un orientamento stabile, trasversale e difficilmente scalfibile. A misurarlo, anno dopo anno, è il sondaggio Gallup, che pone sempre la stessa domanda: da che parte stanno le tue simpatie nel conflitto israelo-palestinese? La risposta, per decenni, è stata prevedibile. Israele oscillava tra il 50% e il 60%, mentre la causa palestinese restava confinata tra il 15% e il 30%. Un divario ampio, che rifletteva non solo un giudizio politico, ma anche una percezione culturale e strategica profondamente radicata.
Oggi, però, quel quadro si è incrinato. E non di poco. Gli ultimi dati segnano un punto di svolta storico: per la prima volta, le simpatie per i palestinesi hanno superato quelle per Israele. Il sorpasso non è enorme, ma è simbolicamente dirompente: circa il 41% degli americani si dichiara più vicino alla causa palestinese, contro il 36% che continua a schierarsi con Israele. Non è un dettaglio statistico. È un cambio di clima.
Il dato non significa che gli Stati Uniti abbiano “abbandonato” Israele, né che il sostegno politico e militare sia destinato a cessare nell’immediato. Ma indica qualcosa di pericoloso: l’erosione del consenso di lungo periodo. Perché la vera forza dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele non è mai stata solo nei governi, ma nella società americana. Quando quella base si indebolisce, anche le scelte politiche, prima o poi, tendono a adeguarsi. Il trend è chiaro e ha radici precise: spaccatura politica interna, con i repubblicani ancora saldamente pro-Israele e i democratici sempre più critici; fattore generazionale, con i giovani nettamente più sensibili alla causa palestinese; il tutto dovuto, soprattutto, all’impatto delle immagini e della narrazione della guerra a Gaza, che ha inciso profondamente sulla percezione pubblica.
Questo cambiamento ha una conseguenza strategica che spesso viene sottovalutata. Israele oggi sta affrontando uno scontro diretto e aperto con l’Iran e il suo sistema di proxy regionali. È una fase diversa rispetto al passato: non più solo conflitto a bassa intensità, ma un confronto che ha lo scopo di ridefinire gli equilibri dell’intera area e di spegnere, una volta per tutte, la minaccia iraniana. Ed è proprio qui che il dato Gallup diventa decisivo. Perché Israele sta combattendo questa fase con un livello di appoggio americano – politico, militare e diplomatico – che potrebbe non essere replicabile in futuro. Se il trend dell’opinione pubblica continuerà nella stessa direzione, la prossima Amministrazione statunitense, soprattutto se espressione di un elettorato più giovane e critico, potrebbe trovarsi impossibilitata nel sostenere Israele in modo così netto. In altre parole: la finestra attuale potrebbe chiudersi per sempre.
Se il regime iraniano dovesse resistere, se il sistema di milizie e alleanze costruito negli anni da Teheran restasse funzionale, il rischio è quello di un ritorno alla situazione precedente. È qui che si colloca il nodo strategico: ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre ha aperto una fase nuova, ma non necessariamente irreversibile. Se non si traduce in un cambiamento strutturale dell’influenza iraniana in tempo utile, rischia di restare un’esplosione di violenza destinata a riassorbirsi nel vecchio schema. Con una differenza, però: meno consenso internazionale, meno margine operativo, più isolamento. Il sorpasso nei sondaggi americani, da questo punto di vista, segnala che il tempo politico a disposizione non è infinito. E che, questa volta, lasciare le cose a metà potrebbe non essere più un’opzione.