Il Sudafrica all’Aia e lo specchio della propria crisi
di Paolo Crucianelli - 2 Giugno 2026 alle 15:06
Il Sudafrica ha depositato nell’ottobre 2024 il proprio memoriale — oltre cinquemila pagine — davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, accusando Israele di genocidio nella Striscia di Gaza. Israele ha risposto con il proprio contro-memoriale nel marzo 2026. Il procedimento è nella fase scritta: le memorie non sono pubbliche, nessuna decisione di merito è attesa prima del 2027, con concreta possibilità di slittamento al 2028. Nulla di quanto accade ora all’Aia cambierà alcunché nel breve e medio termine.
Vale quindi la pena fermarsi a fare una domanda elementare: perché il Sudafrica ha scelto di investire risorse politiche, diplomatiche e legali enormi in questa causa? E la risposta più onesta, una volta messa da parte la retorica ufficiale, porta in una direzione precisa.
Il paese che si presenta come paladino del diritto internazionale è, nei dati, uno dei più drammatici fallimenti istituzionali del continente. Il tasso di omicidi è di circa 34 ogni 100.000 abitanti — sette volte quello degli Stati Uniti. Cinque delle dieci città più pericolose al mondo, escludendo le zone di guerra, si trovano in Sudafrica. La disoccupazione supera il 32%, quella giovanile sfiora il 57%. Circa 18 milioni di persone vivono in povertà estrema, il PIL pro capite è inferiore a quello del 2007, i blackout paralizzano l’economia quotidianamente, il 20% della popolazione soffre di insicurezza alimentare. Non è un paese che ha risolto i suoi problemi e ora si dedica alla giustizia globale: è un paese che non riesce a garantire ai propri cittadini acqua corrente ed elettricità stabile, e che nondimeno mobilita risorse legali importanti per un procedimento che non produrrà effetti pratici per anni, se mai li produrrà.
La risposta è storica e politica. L’ANC ha un legame organico con la causa palestinese che risale agli anni Settanta, quando OLP e ANC erano entrambi movimenti di liberazione riconosciuti dal blocco dei non-allineati. Mandela ha più volte dichiarato che la libertà del Sudafrica era incompleta finché la Palestina non fosse libera. Quella solidarietà è parte dell’identità fondativa del partito, e invocarla costa poco sul piano interno mentre rende molto sul piano simbolico. La causa palestinese consente all’ANC di presentarsi come voce morale del Sud globale, compensando con la visibilità ideologica esterna il degrado estremo che non riesce ad arrestare all’interno.
Ma c’è un aspetto di questa vicenda che merita di essere sottolineato con particolare attenzione, perché rivela qualcosa di più profondo della semplice strumentalizzazione politica. Il Sudafrica ha scelto di combattere questa battaglia non attraverso il boicottaggio, non attraverso la rottura delle relazioni diplomatiche, non attraverso il sostegno armato — ma attraverso la Corte Internazionale di Giustizia, la Convenzione sul genocidio, gli strumenti del diritto internazionale umanitario. Esattamente le istituzioni e gli strumenti costruiti dall’Occidente, che tanta parte del Sud globale ha storicamente contestato o ignorato quando non facevano comodo.
È la stessa logica dell’Iran che va a piangere all’ONU per la violazione dei propri diritti sovrani, mentre in patria impicca i cittadini per reati d’opinione e finanzia proxy armati in aperta violazione del diritto internazionale. Il diritto internazionale, in questa visione, non è un sistema di regole vincolanti per tutti: è una cassetta degli attrezzi da cui si prende ciò che serve e si lascia il resto.
Questa forma di cinismo selettivo è forse più insidiosa dell’aperta ostilità all’ordine internazionale, perché ne mima il linguaggio e ne occupa le istituzioni svuotandole di senso. E il fatto che a farlo sia un paese come il Sudafrica — che ha usato quegli stessi strumenti, con piena legittimità morale, per smantellare l’apartheid — rende la cosa ancora più amara. Non è la causa palestinese a essere in discussione: è l’uso strumentale del diritto da parte di chi governa un paese che affoga nei propri problemi irrisolti e cerca nell’Aia uno specchio in cui vedersi migliore di quello che è.