Il tempo del tikkun: dopo il 7 ottobre, la riparazione del mondo comincia dalla riparazione di noi stessi
di David Gerbi - 1 Luglio 2026 alle 08:23
Ci sono scritti che nascono nel pieno di una ferita e che, proprio per questo, rimangono a lungo custoditi nel silenzio.
Non perché abbiano perso valore, ma perché attendono il tempo giusto per essere ascoltati.
Da quando ho iniziato a pubblicare con continuità i miei articoli, mi accade spesso qualcosa che non avevo previsto. Persone che non sentivo da anni tornano a scrivermi. Altre, conosciute solo superficialmente, condividono riflessioni, ricordi e pagine rimaste per molto tempo private.
Qualche giorno fa, parlando con Paola, ci siamo soffermate sul significato del tikkun e del tikkun olam: l’idea, profondamente radicata nella tradizione ebraica, che la riparazione del mondo non inizi dai grandi cambiamenti della storia, ma dalla trasformazione del cuore di ciascuno di noi.
La mattina seguente mi è arrivato un suo messaggio.
In allegato c’era uno scritto composto nell’ottobre del 2023, nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre. Non era mai stato pubblicato.
Rileggendolo oggi ho avuto la sensazione che alcune riflessioni non appartengano soltanto al tempo in cui vengono scritte. Continuano a interrogarci anche quando gli eventi si allontanano, perché parlano di ciò che nell’essere umano non cambia.
Con il consenso dell’autrice, ho pensato di proporne una versione rielaborata. Ho cercato di conservarne la voce, le immagini e la profondità spirituale, alleggerendo soltanto i riferimenti più legati alla cronaca di quei giorni. Mi auguro che questo testo venga letto non come un commento agli eventi del 7 ottobre, ma come una riflessione sul significato della responsabilità, della memoria e della speranza.
Di Paola Fargion
«E chissà se proprio per un tempo come questo sei giunta alla regalità?»
(Ester 4,14)
Ci sono momenti nei quali la storia interrompe improvvisamente il corso ordinario della vita e ci obbliga a fermarci.
Il 7 ottobre è stato uno di quei momenti.
Nei giorni successivi ho provato lo stesso smarrimento di tanti altri. Le immagini, le testimonianze, il dolore sembravano togliere le parole. Eppure, proprio quando le parole sembrano venir meno, la tradizione ebraica ci invita a non smettere di interrogarci.
La prima domanda che mi sono posta non è stata: chi ha ragione?
È stata un’altra:
che cosa ci chiede questo tempo?
Il Libro di Ester racconta di una giovane donna che non avrebbe mai immaginato di diventare protagonista della storia. Mordechai le ricorda che nessuno può sapere se proprio quel momento non rappresenti la ragione stessa della sua presenza nel mondo.
Quelle parole attraversano i secoli e arrivano fino a noi.
Forse ogni generazione riceve una domanda analoga.
Non possiamo scegliere il tempo in cui vivere.
Possiamo però scegliere come attraversarlo.
Il coraggio di Ester non nasce dall’assenza della paura. Nasce dalla consapevolezza che vi sono momenti nei quali il silenzio non è più possibile. Prima di agire, però, Ester chiede al suo popolo di digiunare, pregare e ritrovare un’unità interiore. È un particolare che spesso dimentichiamo: la trasformazione della storia inizia sempre da una trasformazione dell’animo umano.
Anche oggi quella domanda sembra rivolta a ciascuno di noi.
Qual è il compito che questo tempo affida alla nostra coscienza?
La tradizione ebraica insegna che, davanti a una prova, il primo movimento non è puntare il dito verso l’esterno.
È guardarsi dentro.
Può sembrare un paradosso. Di fronte a un male che colpisce dall’esterno, siamo spontaneamente portati a cercarne i responsabili. Eppure la tradizione ci invita, prima di tutto, a interrogarci su ciò che quella prova suscita dentro di noi.
Per questo porto nel cuore un pensiero che, con il passare degli anni, è diventato sempre più vero:
Il nostro peggior nemico può abitare dentro di noi.
Non significa ignorare il male che esiste nel mondo, né chiudere gli occhi davanti alla violenza. Significa riconoscere che anche la paura, l’odio, il desiderio di vendetta, la disperazione e perfino l’indifferenza possono trovare spazio nel nostro cuore.
È proprio su questo spazio interiore che la tradizione ebraica ci chiede di vigilare.
Perché nessuna riparazione del mondo sarà possibile se prima non inizia una riparazione dell’essere umano.
È qui che entra in gioco uno dei concetti più profondi dell’ebraismo: la teshuvà.
Spesso la traduciamo con la parola “pentimento”, ma il suo significato è molto più ampio.
Teshuvà significa anzitutto ritorno.
Ritornare alla parte più autentica di noi stessi.
Ritornare ai valori che rischiamo di smarrire.
Ritornare alla responsabilità.
Ritornare alla relazione con Dio e con gli altri.
La teshuvà non nasce dal senso di colpa.
Nasce dalla speranza.
Nasce dalla fiducia che nessun essere umano sia definitivamente prigioniero dei propri errori e che ogni giorno possa rappresentare un nuovo inizio.
Da questo ritorno nasce il tikkun, la riparazione.
E dal tikkun personale può nascere il tikkun olam, la riparazione del mondo.
Viviamo in un tempo in cui è facile lasciarsi trascinare dalla paura, dalla rabbia e dalla contrapposizione.
Molto più difficile è domandarsi quale cambiamento quella sofferenza chieda a ciascuno di noi.
Eppure credo che sia proprio questa la strada indicata dalla nostra tradizione.
Ogni volta che scegliamo di ascoltare invece di reagire impulsivamente.
Ogni volta che preferiamo comprendere invece di alimentare l’odio.
Ogni volta che rinunciamo all’indifferenza.
Ogni volta che troviamo il coraggio di ricominciare.
In quel momento il tikkun ha già iniziato la sua opera.
Per questo il tikkun olam non è un ideale astratto.
È una pratica quotidiana.
È il lavoro paziente di chi continua a credere che il mondo possa essere riparato perché l’essere umano può ancora cambiare.
La tradizione ebraica non ci chiede di essere perfetti.
Ci chiede di essere disponibili a ricominciare.
Ogni giorno.
Ogni volta.
Senza stancarci.
Ed è forse questa la speranza più grande che ci viene consegnata.
Non la certezza che il male scompaia.
Ma la certezza che il bene possa sempre rinascere.
Ripensando a questi insegnamenti, mi torna spesso alla mente un episodio della vita del profeta Elia.
Dopo aver affrontato i profeti di Baal sul Monte Carmelo, Elia fugge nel deserto. È stanco, scoraggiato, convinto di essere rimasto solo. Arriva persino a chiedere a Dio che la sua vita finisca.
È uno dei momenti più umani della Bibbia.
Anche un grande profeta può conoscere lo scoraggiamento.
Anche chi ha dedicato tutta la propria vita a una missione può pensare che ogni speranza sia perduta.
Ma Dio gli risponde in modo inatteso.
Non si manifesta nel vento impetuoso.
Non nel terremoto.
Non nel fuoco.
Si manifesta nel «suono di un silenzio sottile».
Ed è proprio in quel silenzio che gli rivela una verità che Elia non riusciva più a vedere.
Non era solo.
Esistevano ancora settemila uomini che non avevano piegato le ginocchia agli idoli.
Questa immagine mi accompagna da tempo.
Ogni volta che il rumore della violenza sembra coprire tutto, penso a quei settemila.
Sono il simbolo di tutte le persone che, senza cercare visibilità, continuano a custodire la propria coscienza.
Persone che non rinunciano alla verità.
Che non cedono all’odio.
Che continuano a scegliere il bene anche quando il bene sembra fragile e silenzioso.
Forse il mondo continua a reggersi proprio grazie a loro.
La tradizione ebraica ci insegna che la speranza non nasce dall’ingenuità.
Nasce dalla fedeltà.
Dalla decisione di continuare a scegliere il bene anche quando il male sembra prevalere.
Il commentatore medievale Ralbag osserva che Dio non desidera anzitutto la punizione dell’essere umano.
Attende il suo ritorno.
Attende che ritrovi la strada.
Questa prospettiva cambia profondamente il nostro modo di guardare la vita.
La giustizia rimane necessaria.
Ma il suo compimento non è la distruzione dell’uomo.
È la sua trasformazione.
Per questo la teshuvà non appartiene soltanto ai giorni solenni del calendario ebraico.
È un atteggiamento dell’anima.
È il coraggio di ricominciare.
È la disponibilità a lasciarsi cambiare.
Rabbi Hillel ha riassunto tutto questo in una frase che continua a interrogare ogni generazione:
«Se non sono per me, chi sarà per me? Ma se sono soltanto per me stesso, che cosa sono? E se non ora, quando?»
In queste parole convivono due responsabilità inseparabili.
La responsabilità verso sé stessi.
E quella verso gli altri.
Se dimentichiamo una delle due, perdiamo inevitabilmente anche l’altra.
Forse è proprio qui che il tikkun olam trova il suo significato più autentico.
Non è un progetto riservato ai grandi leader o ai potenti della storia.
Comincia nel modo in cui guardiamo una persona.
Nel modo in cui ascoltiamo chi soffre.
Nel modo in cui scegliamo parole che costruiscono invece di dividere.
Ogni gesto di giustizia.
Ogni parola di pace.
Ogni atto di responsabilità.
Sono piccole crepe attraverso le quali la luce continua a entrare nel mondo.
Ed è questa luce, più forte del rumore della violenza, che continua ad alimentare la speranza.
Per questo il 7 ottobre, pur rimanendo una delle ferite più profonde della storia recente del popolo ebraico, non può essere l’ultima parola.
L’ultima parola non appartiene alla violenza.
Non appartiene all’odio.
Non appartiene nemmeno alla paura.
L’ultima parola appartiene sempre alla responsabilità.
Ogni tragedia mette l’essere umano davanti a una scelta.
Possiamo lasciare che il dolore ci renda più duri, più diffidenti, più incapaci di vedere l’altro.
Oppure possiamo scegliere una strada più difficile: trasformare quella ferita in un’occasione di crescita, di consapevolezza e di responsabilità.
La tradizione ebraica non promette un mondo senza sofferenza.
Ci invita, però, a non considerare la sofferenza l’ultima parola della storia.
Ogni generazione riceve il compito di aggiungere un piccolo frammento alla riparazione del mondo.
Nessuno può completare quest’opera da solo.
Ma nessuno è così piccolo da non potervi contribuire.
Il tikkun olam non nasce da gesti straordinari.
Comincia nelle scelte quotidiane.
Nel modo in cui parliamo.
Nel modo in cui ascoltiamo.
Nel modo in cui educhiamo i nostri figli.
Nel coraggio di riconoscere un errore.
Nella capacità di chiedere perdono.
Nella disponibilità a tendere una mano quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
La riparazione del mondo non è un’idea astratta.
È una pratica.
È una disciplina dell’anima.
È il paziente lavoro di chi continua a credere che ogni essere umano possa cambiare e che nessuna oscurità sia così fitta da impedire alla luce di riaffacciarsi.
Per questo mi accompagna spesso l’inizio della Torah:
«Dio disse: “Sia la luce”. E la luce fu.»
(Genesi 1,3)
La luce compare prima ancora che il mondo sia compiuto.
È il segno che ogni creazione inizia con un’apertura, con una possibilità.
Forse anche il tikkun comincia così.
Con una piccola luce che ciascuno è chiamato a custodire.
Non possiamo guarire tutte le ferite del mondo.
Possiamo però impedire che il nostro cuore si abitui all’oscurità.
Possiamo scegliere di non lasciare che il dolore diventi indifferenza.
Possiamo continuare a credere che ogni gesto di verità, ogni atto di giustizia e ogni parola di pace abbiano un significato, anche quando i loro frutti non sono immediatamente visibili.
È questa la speranza che la tradizione ebraica continua ad affidare a ogni generazione.
Ed è questa la riflessione che, a distanza di tempo, il 7 ottobre continua a consegnarmi.
Non soltanto ricordare.
Non soltanto comprendere.
Ma trasformare la memoria in responsabilità.
Perché il tikkun olam comincia sempre da un gesto semplice e insieme difficile:
la decisione di riparare qualcosa dentro di noi.
E forse è proprio da quel gesto, apparentemente piccolo, che può nascere una luce capace di illuminare anche il cammino degli altri.