Il voto prima del voto

di Claudio Velardi - 4 Ottobre 2026 alle 10:24

Prima dei fatti della settimana, una premessa necessaria. Questa newsletter fa informazione, non propaganda. Ma quello che è successo in questi giorni intorno a Israele merita un giudizio.
Mercoledì un copilota ha aggredito a colpi d’ascia il comandante di un volo di linea diretto a Tel Aviv, 182 persone a bordo, per schiantarlo al suolo; lo hanno fermato i passeggeri. La procura degli Emirati ha parlato di atto terroristico pianificato, l’Oman aveva già interdetto al volo il pilota per il suo noto e manifesto fondamentalismo. È stato un 11 settembre mancato, sventato dal coraggio di chi era a bordo. Ebbene, la grande stampa internazionale ha trattato per giorni l’avvenimento come “un violento litigio tra due piloti” (CNN), parlando di “due piloti feriti dopo una colluttazione” (AFP), “uno scontro in cabina” (Sky News, New York Times). Pessimo giornalismo, direte. No, osceno riflesso condizionato: se il bersaglio è Israele, l’attentato si declassa a lite, il terrorista a collega nervoso. Per non parlare della coda informativa italiana che non è stata da meno. Per un quotidiano la notizia è Netanyahu che “parla di attentato”. Per un altro ci sono “dubbi su cosa sia accaduto tra i due piloti”. “Lotta (con giallo) tra due piloti”, come parlando di una rissa al bar dell’aeroporto è infine il titolo che vince l’Oscar dell’indecenza.
Mercoledì prossimo, intanto, cade il terzo anniversario del 7 ottobre, il pogrom più sanguinoso compiuto contro gli ebrei dopo la Shoah. Nel mondo ebraico si preparano commemorazioni, spesso a porte chiuse per ragioni di sicurezza; in Italia, accanto al ricordo, crescono le manifestazioni esplicitamente dalla parte di Hamas. A Bologna i Giovani Palestinesi hanno convocato proprio per il 7 ottobre, in un’aula universitaria e senza autorizzazione, un evento che definisce quella data “una delle più importanti azioni della resistenza” e rilancia la “liberazione dal fiume al mare”, cioè la cancellazione di Israele; un anno fa era toccato al corteo “Viva il 7 ottobre”, vietato e finito in scontri. Il presidente della Comunità ebraica di Bologna ha trovato il paragone giusto: è come se i neonazisti celebrassero l’eccidio di Marzabotto. E non è un caso isolato, perché nel mondo sono annunciati settantasette cortei pro-Pal in venti paesi, undici proprio il 7 ottobre, e dalla Sapienza è partita la chiamata per il corteo nazionale del 10, “per i martiri di Gaza”. Il clima italiano lo fotografa il caso Naza, il film-documentario costruito sulla tesi dello “sterminio pianificato”: a Venezia l’ovazione più lunga della storia della Mostra tra bandiere palestinesi sventolate in sala, nei cinema italiani 243mila spettatori in tre giorni e il primo posto al botteghino, con applausi da stadio. Non è un pubblico, è una curva con la bava alla bocca.
Scusate la premessa, ce l’avevo dentro. Ora veniamo ai fatti.
A ventiquattro giorni dal voto la settimana appena chiusa è stata cruciale: per dieci giorni Israele ha rischiato di andare alle urne senza un quinto del suo elettorato; ragioni e modalità per cui questo non è accaduto spiega davvero che cos’è Israele.
Riavvolgiamo il nastro. Mercoledì 23 settembre la Commissione elettorale centrale, organo politico composto dai rappresentanti dei partiti uscenti, aveva escluso dal voto le due principali liste arabe, la Joint List e Ra’am, con 18 voti contro 5, passando sopra il parere della procuratrice generale che giudicava le prove per l’esclusione insufficienti. Per settimane la campagna elettorale è stata nervosissima. Le piazze temevano un rinvio del voto col pretesto delle tensioni regionali; la war room di opposizione e società civile si era dato l’obiettivo di centomila osservatori ai seggi, pronta perfino all’ipotesi di non riconoscere il risultato; gli allarmi dei servizi su interferenze di Iran e Turchia si intensificavano; il presidente della Commissione prometteva “l’elezione più trasparente di sempre” contro chi delegittimava in anticipo i risultati. L’esclusione delle liste arabe, insomma, metteva in qualche modo in discussione la legittimità del prossimo voto.
Poi, venerdì scorso, si è pronunciata la Corte Suprema, allargata a nove giudici, che ha ribaltato tutto in un giorno di udienza: Joint List riammessa all’unanimità, Ra’am all’unanimità, il deputato Cassif con sette voti contro due. Fuori resta solo Sami Abu Shehadeh, il leader di Balad, cui il presidente della Corte Amit ha comunicato in aula che la maggioranza era orientata a escluderlo, per l’articolo dell’8 ottobre 2023 in cui definiva l’attacco di Hamas un “evento storico importante”, e gli ha suggerito di valutare il ritiro; Abu Shehadeh si è ritirato, evitando la sentenza formale. Resta alla guida del partito, fuori dalla scheda.

Come leggere tutto questo? Io la leggo nel modo più semplice: è – o meglio sarebbe – la normale amministrazione di una democrazia con i pesi e i contrappesi al loro posto. Un organo politico ha fatto una forzatura, una corte ha corretto, tutti hanno accettato il verdetto, compreso il partito di governo che aveva presentato i ricorsi e che pochi mesi fa teorizzava che una sentenza si potesse ignorare. Ho detto “sarebbe” ordinaria amministrazione, ma questo accade in un paese in guerra per la propria sopravvivenza, sotto una pressione internazionale terribile e delegittimante. Un sistema che in queste condizioni fa decidere a nove giudici se il partito del premier ha ragione o torto, e incassa la risposta senza drammi, significa una sola cosa, che poggia su fondamenta etiche e istituzionali solidissime. C’è chi nota che intanto il titolo “liste arabe escluse” è circolato per dieci giorni e qualche dividendo politico lo ha pagato; può darsi, e ne riparleremo. Ma il punto è un altro: le regole hanno tenuto, e hanno tenuto nel corso di una guerra.
Andiamo ai numeri. Qui il vento sembra girato, e non negli istituti amici del premier, ma in quelli principali. Domenica Kan dava i blocchi appaiati 52 a 52 e, per la prima volta, Netanyahu avanti nel testa a testa personale su Eisenkot, 39 a 38; giovedì Canale 13 dava Yashar primo partito con 21 seggi ma il blocco del premier avanti 54 a 52; venerdì Zman Yisrael metteva Likud e Yashar appaiati a 21, sempre col blocco di Netanyahu in vantaggio. Non tutti concordano, Maariv e Canale 12 danno ancora avanti l’opposizione; la tendenza però è la stessa, Yashar scivola quasi ovunque e il Likud risale. La prospettiva resta uno stallo, nessuno dei due campi vede quota 61 da solo; ma lo spin, a tre settimane e mezzo dal voto, è tornato dalla parte di Netanyahu. Il che rende la riammissione delle liste arabe ancora più pesante: con questi numeri, i loro 11-14 seggi decidono chi può governare, o se si torna a votare.
Per concludere, il clima è sempre quello di una campagna che si combatte con la guerra ancora addosso: il premier avverte che Hamas potrebbe cercare di disturbare il voto, le opposizioni temono che Bibi utilizzi le tensioni, ognuno si prepara a contestare le mosse dell’altro. Ancora ventiquattro giorni con tre partite aperte: la tenuta delle regole, che finora hanno retto meglio di quanto molti temessero; la soglia elettorale, dove ballano seggi capaci di decidere tutto; e che cosa succede il 28 ottobre se i numeri confermano lo stallo. Ai temi su cui i partiti si giocano i voti – la leva degli ultraortodossi prima di tutti – arriviamo domenica prossima.

Il grande archivio di Israele

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