Israele continua a costruire il futuro: 7 ricercatori ottengono i prestigiosi finanziamenti dell’European Research Council

di David Gerbi - 27 Giugno 2026 alle 11:25

In questi mesi Israele viene raccontato quasi esclusivamente attraverso la guerra, il terrorismo, la politica e le tensioni internazionali. Eppure esiste un’altra Israele che continua a lavorare in silenzio. Sette ricercatori israeliani appartenenti ad alcune delle più prestigiose università del Paese hanno ottenuto gli ERC Advanced Grants del Consiglio Europeo della Ricerca, tra i finanziamenti scientifici più competitivi e prestigiosi al mondo. I progetti riguardano campi che spaziano dalla genetica alla medicina, dalle neuroscienze alla biologia molecolare, fino alla fisica e all’astrofisica.

Questa notizia va oltre il semplice riconoscimento accademico. Ricorda che una società può essere giudicata anche dalla sua capacità di investire nella conoscenza, nella ricerca e nella formazione delle nuove generazioni. Israele è un Paese piccolo, privo di grandi risorse naturali. La sua principale ricchezza è sempre stata il capitale umano. Per questo motivo la ricerca scientifica rappresenta uno dei pilastri della sua identità nazionale.

La celebre battuta attribuita a Golda Meir esprime bene questa realtà: «Mosè ci ha fatto camminare quarant’anni nel deserto per portarci nell’unico posto del Medio Oriente dove non c’è petrolio». Dietro l’ironia si nasconde una verità storica. Privo delle grandi risorse energetiche che hanno trasformato molti Paesi della regione, Israele è stato costretto a investire sulla risorsa più preziosa che possedeva: l’intelligenza delle persone. Università, ricerca scientifica, istruzione e innovazione sono diventate così il vero «petrolio» di Israele, la ricchezza sulla quale costruire il proprio futuro.

Nel 2022, in occasione della Giornata dedicata ai profughi ebrei dei Paesi arabi e del Medio Oriente, celebrata il 30 novembre su iniziativa dello Stato di Israele, organizzai a Roma una settimana di incontri per ricordare l’esodo degli ebrei di Libia, in collaborazione con diverse istituzioni e con l’Ambasciata d’Israele. Al termine di quella settimana il viceambasciatore d’Israele mi consegnò un libro che conservo ancora oggi come uno dei riconoscimenti più significativi ricevuti per quel lavoro. Il titolo era «Riparare il mondo. Innovazioni da Israele per l’umanità», di Avi Jorisch. Quelle pagine spiegavano come cibo per gli affamati, acqua per gli assetati, salute e protezione siano alcuni dei contributi che Israele ha offerto al mondo, indicando nel Tikkun Olam e nella chutzpah due elementi fondamentali della cultura dell’innovazione israeliana.

Rileggendo oggi quelle parole, mentre altri sette ricercatori israeliani ricevono uno dei più prestigiosi riconoscimenti scientifici europei, ne comprendo ancora di più il significato. Ogni volta che torno in Israele rimango colpito dalle gru che ridisegnano il paesaggio, dagli edifici antisismici con rifugi di protezione, dalle università, dai laboratori e dai centri di ricerca che continuano a produrre conoscenza. È un Paese in continua trasformazione. Non costruisce soltanto case e infrastrutture: costruisce idee, ricerca, innovazione e futuro. Forse è questo il significato più profondo del Tikkun Olam: contribuire, attraverso la conoscenza e la responsabilità, a migliorare il mondo intero. Per questo ogni riconoscimento internazionale ottenuto dai suoi ricercatori non rappresenta soltanto un successo accademico, ma conferma una scelta strategica compiuta fin dalla nascita dello Stato: trasformare il sapere nella principale risorsa nazionale.

È significativo che, proprio mentre il Paese affronta una delle fasi più difficili della sua storia recente, continui a produrre ricerca di livello mondiale. La guerra occupa le prime pagine dei giornali, ma nei laboratori si continua a lavorare per comprendere le malattie, sviluppare nuove terapie, esplorare l’universo e immaginare il futuro. Forse è anche questo uno degli aspetti meno raccontati di Israele: la capacità di trasformare la scarsità in creatività, le difficoltà in innovazione e il capitale umano nella propria più grande ricchezza. Le armi possono difendere un Paese nel presente. La conoscenza, invece, è ciò che gli permette di costruire il proprio domani. Forse è proprio questa la vocazione più profonda di Israele: non soltanto difendere la propria esistenza, ma continuare a vivere il Tikkun Olam, contribuendo, attraverso la conoscenza, la ricerca e l’innovazione, alla riparazione del mondo.

Il grande archivio di Israele

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