Verso il voto
Israele, le regole del gioco – 2
di Claudio Velardi - 20 Settembre 2026 alle 10:00
Da oggi dedicherò le prossime puntate della NL su Israele alle elezioni del 27 ottobre; e nella settimana decisiva, dal 26 al 30, vi scriverò ogni giorno da laggiù, dove seguirò l’appuntamento in diretta. Per parlarne in maniera adeguata, spero senza inesattezze (nel caso segnalatemele), oggi parto dalle fondamenta, dalle regole del gioco.
Israele è un paese abituato a vivere da sempre lottando per la sua sicurezza, e nello stesso tempo è uno dei posti al mondo in cui il potere politico è più conteso e meno concentrato. Non è un paradosso: è l’effetto di uno dei sistemi proporzionali più puri delle democrazie occidentali. Un solo collegio nazionale, nessuna circoscrizione, nessun premio di maggioranza; si vota una lista bloccata, non un candidato, e i 120 seggi della Knesset¹, il parlamento monocamerale di Israele, vengono distribuiti proporzionalmente ai voti delle liste che superano la soglia, con il metodo Bader-Ofer². L’unico vero filtro è lo sbarramento al 3,25%. Chi resta sotto non ottiene seggi. Tra le democrazie sviluppate, Israele è un caso quasi unico, perché nel voto non c’è né una componente territoriale né una componente personale.
Ad avere diritto al voto il 27 ottobre saranno oltre sette milioni di israeliani (al 31 maggio gli aventi diritto registrati erano 7.336.553). Dalla nascita dello Stato l’affluenza al voto, sia pure con oscillazioni, è sempre stata elevata. Alla prima elezione del 1949 votò l’86,9% degli aventi diritto; salvo il 75,1% del 1951, fino alla fine degli anni Novanta la partecipazione rimase quasi sempre attorno all’80%. La vera caduta arriva all’inizio degli anni Duemila: dal 78,7% del 1999 si scende al 67,8% del 2003, fino al minimo storico del 63,5% nel 2006. Poi una parziale risalita, fino al 70,6% del 2022. Gli israeliani litigano su tutto ma, rispetto a molte democrazie occidentali, continuano ad andare alle urne in percentuali notevoli.
E veniamo alla prima, inevitabile conseguenza dell’architettura istituzionale e della legge elettorale: la frammentazione. Alla Knesset siedono normalmente molte liste; i governi si costruiscono sommando pezzi e possono entrare in crisi quando uno di quei pezzi si sfila. Per decenni lo sbarramento elettorale è stato bassissimo. Nel 1949 non esisteva nemmeno una soglia legale: bastava raggiungere la quota naturale necessaria per un seggio, circa lo 0,83%. Dal 1951 fu fissata all’1%, salì all’1,5% dalle elezioni del 1992, al 2% da quelle del 2006 e infine al 3,25% dal 2015. Ogni ritocco ha costretto i piccoli a coalizzarsi, senza però cancellare la frammentazione. Le sigle si dividono, si fondono e si ribattezzano; il tavolo continua a essere affollato.
Dopo le elezioni si formano i gruppi parlamentari e il presidente della Repubblica affida l’incarico di formare il governo a un membro della Knesset che accetti il mandato; non necessariamente al capo del partito più grande. La precisazione importante è che 61 seggi sono la maggioranza assoluta della Knesset, ma non sono indispensabili per il voto iniziale di fiducia. Nel 2021 il governo Bennett-Lapid nacque con 60 voti favorevoli, 59 contrari e un astenuto. Resta però un fatto significativo: in 25 elezioni dal 1949 a oggi nessuna lista ha mai conquistato da sola 61 seggi. Il massimo storico sono i 56 dell’Allineamento guidato da Golda Meir nel 1969. Israele è insomma una democrazia di coalizione per costituzione materiale. Chiunque arrivi primo deve cercare alleati, appoggi o almeno astensioni.
Quella del 27 ottobre sarà la ventiseiesima tornata elettorale. Ha già una particolarità che vale la pena notare: sarà la prima elezione dal 1988 celebrata alla scadenza ordinaria della legislatura, dopo tredici elezioni anticipate consecutive. Tra aprile 2019 e novembre 2022 Israele ha votato cinque volte, incapace di produrre una maggioranza sufficientemente stabile; la Knesset uscente, nata dalle elezioni del novembre 2022, ha invece attraversato il 7 ottobre, anni di guerra e crisi su più fronti e una durissima conflittualità interna, arrivando alla scadenza prevista. Su come e perché ci sia riuscita torneremo; per ora registriamo il fatto.
Domenica 27 parleremo degli schieramenti e dei leader o aspiranti tali in campo.
Alla prossima
C.V.
¹ Knesset significa “assemblea”. Il nome riprende la Knesset HaGdolah, la Grande Assemblea che secondo la tradizione ebraica guidò il popolo d’Israele all’epoca del Secondo Tempio, dopo il ritorno dall’esilio babilonese; contava 120 membri, ed è da lì che viene il numero dei seggi del parlamento di oggi. La prima Knesset nacque nel 1949 dall’Assemblea costituente eletta a gennaio, che due giorni dopo essersi riunita cambiò nome. Un parlamento giovanissimo con un nome antico di venticinque secoli.
² Dal nome dei due deputati che lo introdussero nel 1973, Yohanan Bader (destra) e Avraham Ofer (laburista). Prima si assegnano i seggi “interi”: il totale dei voti validi delle liste sopra soglia si divide per 120 e ogni lista riceve tanti seggi quante volte raggiunge quella quota. I seggi rimasti, quelli dei resti, non vanno a chi ha i resti più alti ma si distribuiscono con un calcolo che favorisce le liste più grandi; è la variante israeliana del metodo D’Hondt, lo stesso che usiamo per le europee. Per difendersi, due liste possono firmare prima del voto un accordo sui resti: i loro voti si sommano ai fini del calcolo, come hanno appena fatto Ra’am e la Joint List.


