Israele, le squadre in campo
di Claudio Velardi - 27 Settembre 2026 alle 10:00
Domenica scorsa abbiamo visto il campo di gioco e le regole elettorali; oggi parliamo dei giocatori. La settimana ci ha consegnato intanto un colpo di scena: mercoledì la Commissione elettorale centrale ha escluso dal voto le due principali liste arabe, la Joint List e Ra’am, oltre a singoli candidati; il giorno successivo ha invece respinto i ricorsi contro i partiti della destra radicale, Otzma Yehudit e Sionismo religioso-Zehut. Non è la parola definitiva: mentre vi scrivo, domenica alle 10, la Corte Suprema non si è ancora pronunciata; deciderà nei prossimi giorni, e i precedenti dicono che quasi sempre ha ribaltato esclusioni del genere. Ma intanto la fotografia delle liste va letta sapendo che sulla rappresentanza politica di circa un quinto dei cittadini israeliani pende un punto interrogativo. Andiamo con ordine, famiglia per famiglia.
Partiamo dalla destra, il campo del premier. Il Likud è il partito-perno della politica israeliana dal 1977, quando Menachem Begin rovesciò trent’anni di egemonia laburista; erede del sionismo revisionista di Jabotinsky, ha governato Israele per gran parte dell’ultimo mezzo secolo. Oggi è, semplicemente, il partito di Benjamin Netanyahu, 76 anni, il primo ministro più longevo nella storia israeliana, sotto processo nei casi 1000, 2000 e 4000 e reduce dagli anni della guerra seguita al 7 ottobre; per questa corsa ha riassorbito anche la Nuova Speranza di Gideon Sa’ar.
Alla sua destra corrono in tre, separati. Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir, con radici nella tradizione kahanista, il cui partito Kach fu messo fuorilegge, guidato oggi dal ministro della Sicurezza nazionale, protagonista negli anni di numerose controversie per le sue posizioni e iniziative. Il Sionismo religioso¹ di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e sostenitore dell’annessione della Cisgiordania, stavolta alleato con Zehut di Moshe Feiglin, che combina liberalismo economico e nazionalismo religioso. E la novità, Amcha Yisrael dell’ex generale Ofer Winter, il comandante della brigata Givati diventato famoso anche per una lettera ai soldati, durante la guerra di Gaza del 2014, dal linguaggio fortemente religioso; congedato dopo essere stato scavalcato nelle promozioni e ora in politica con un partito che in gran parte degli ultimi sondaggi oscilla intorno alla soglia. Netanyahu lo ha corteggiato a lungo, offrendogli anche un posto nel Likud; Winter ha rifiutato e ha scelto di correre da solo.
Poi i due partiti haredi, gli ultraortodossi. Shas, fondato nel 1984 sotto l’ala del rabbino Ovadia Yosef per dare voce soprattutto agli ebrei sefarditi e orientali, è una macchina di consenso costruita attorno a scuole, welfare e appartenenza comunitaria; lo guida da decenni Aryeh Deri, condannato in due distinti procedimenti e tornato entrambe le volte al centro della politica. E Torah Unita, il cartello degli ashkenaziti, dove la novità è Yaakov Asher, che ha sostituito Moshe Gafni alla guida di Degel HaTorah e guida ora la lista comune, davanti a Yitzhak Goldknopf. Entrambi i partiti sono tradizionalmente alleati di Netanyahu, entrambi reduci da una legislatura lacerata dallo scontro sulla leva militare degli ultraortodossi, una delle fratture più profonde della società israeliana.
Il centro dell’opposizione è il cantiere più affollato, e il più nuovo. Yashar, che guida la maggior parte dei sondaggi, ha appena un anno di vita e una campagna fortemente costruita attorno al suo fondatore: Gadi Eisenkot, capo di stato maggiore dal 2015 al 2019, membro del gabinetto di guerra dopo il 7 ottobre, un figlio caduto a Gaza nel dicembre 2023. Ha scelto fin qui un profilo sobrio e pochi temi forti – sicurezza, responsabilità dello Stato, leva per tutti – diventando il principale punto di raccolta dell’elettorato che cerca un’alternativa a Netanyahu.
B’Yachad è invece la scommessa di Naftali Bennett, l’imprenditore tecnologico proveniente dalla destra che nel 2021 riuscì nell’impensabile: togliere la poltrona a Netanyahu e guidare per un anno il governo più eterogeneo della storia israeliana. Bennett 2026 e Yesh Atid corrono oggi in una lista comune guidata da Bennett, con Yair Lapid, ex giornalista ed ex primo ministro. Poi Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman, nato alla fine degli anni Novanta come partito dell’immigrazione russofona e diventato negli anni la voce più netta del laicismo di destra e dello scontro con i partiti haredi.
Attorno alla soglia si muovono poi i Riservisti-Partito economico di Yoaz Hendel, ex ministro ed ex ufficiale, e Yaron Zelekha, l’economista che da ragioniere generale dello Stato denunciò casi di corruzione ai piani alti; e Blu e Bianco di Benny Gantz, l’ex capo di stato maggiore che per tre elezioni fu il principale rivale di Netanyahu e che l’ultimo sondaggio Maariv accredita appena dell’1,3 per cento. Una parabola politica impressionante.
A sinistra c’è un solo contenitore, i Democratici di Yair Golan, nati nel 2024 dall’unione tra laburisti e Meretz. Qui vale la pena fermarsi un secondo: dentro quella sigla c’è quel che resta della tradizione laburista che guidò la fondazione dello Stato, lo accompagnò nelle sue prime guerre e firmò gli accordi di Oslo. Golan, ex vicecapo di stato maggiore, il 7 ottobre tornò verso la zona di Gaza e partecipò personalmente al salvataggio di giovani in fuga dal Nova. Quell’episodio è diventato una parte centrale della sua biografia politica e della proposta con cui prova oggi a ricostruire la sinistra sionista.
Infine i partiti arabi, espressione politica di una comunità che rappresenta circa un quinto della popolazione israeliana e che da mercoledì è diventata il principale nodo giudiziario di questa elezione. La Joint List, ricostituita ad agosto, rimette insieme tre anime diverse: Hadash, il fronte a guida comunista presieduto oggi dal giurista Yousef Jabareen; Ta’al di Ahmad Tibi, il decano della politica araba alla Knesset; e Balad, i nazionalisti palestinesi di Sami Abu Shehadeh. Ra’am di Mansour Abbas, formazione islamista e pragmatica, corre invece da sola; Abbas resta l’uomo del precedente storico del 2021, quando Ra’am fu il primo partito arabo a diventare membro formale di una coalizione di governo.
Su ricorso del Likud e di altre organizzazioni, la Commissione elettorale, composta quasi interamente da rappresentanti dei partiti uscenti e presieduta da un giudice della Corte Suprema, ha escluso sia Ra’am sia la Joint List con 18 voti contro 5; la procuratrice generale aveva giudicato insufficienti le prove per squalificare le due liste. Diverso il caso di Abu Shehadeh, escluso con un voto di 30 a 4 sostenuto anche dai principali partiti dell’opposizione, Yashar e Democratici compresi: in questo caso la procuratrice generale si era espressa a favore dell’esclusione, sulla base tra l’altro di un articolo pubblicato da Abu Shehadeh l’8 ottobre 2023. Anche il giudice Noam Sohlberg, presidente della Commissione, ha votato, interrompendo una prassi di neutralità seguita dai suoi predecessori.
Ora tocca alla Corte Suprema. Le esclusioni dei singoli candidati devono comunque essere confermate dai giudici; contro quelle delle liste è stato annunciato ricorso. Le esclusioni dei singoli candidati devono comunque essere confermate dai giudici; contro quelle delle liste è stato annunciato ricorso, e le udienze sono attese in settimana. E i precedenti mostrano che la Corte ha fissato una soglia molto alta per impedire a un partito di presentarsi. Se Ra’am e Joint List restassero fuori, cambierebbe profondamente l’aritmetica del 27 ottobre: insieme valgono oggi, a seconda dei sondaggi, circa 12-13 seggi e nella maggior parte delle rilevazioni nessuno dei due grandi campi riesce a raggiungere da solo quota 61.
Chiudo con i numeri di questa settimana, che vanno presi con le pinze, perché ormai non divergono di qualche seggio: in certi casi descrivono due elezioni diverse. Nell’ultimo sondaggio Maariv Yashar è primo con 22 seggi, il Likud è a 18 e B’Yachad a 13; Canale 12 dà Yashar a 23 e Likud a 20. Ma i24-Direct Polls rovescia il rapporto, con il Likud a 31 e Yashar a 24, mentre Canale 14 arriva addirittura a 32 per il Likud e 24 per Eisenkot.
Anche sui blocchi la forbice è enorme. Maariv assegna 49 seggi al blocco che sostiene Netanyahu e 55 all’opposizione sionista, con 12 ai partiti arabi e 4 alla lista Hendel-Zelekha; i24 porta invece il blocco Netanyahu a 58. Canale 14 è l’eccezione ancora più vistosa: 63 seggi e dunque una maggioranza autonoma. Più che una previsione, a un mese dal voto i sondaggi sono ormai essi stessi una parte della storia.
Restano tre incognite pesanti. La prima è la decisione della Corte Suprema sulle liste arabe. La seconda è la tenuta delle formazioni che ballano intorno al 3,25 per cento, perché pochi decimali possono bruciare centinaia di migliaia di voti e spostare diversi seggi da un blocco all’altro; un sondaggio TrendZone citato dalla newsletter Israel Elects mostra quanto pesi la paura del voto sprecato, perché se gli elettori fossero certi che il loro partito supererà la soglia, i Riservisti salirebbero a 8 seggi e Winter a 7. Winter, infine, è un’incognita solo a metà: sulla scelta del premier ha già detto che indicherà soltanto Netanyahu, pur ponendo come condizione politica una svolta sulla leva degli ultraortodossi.
Domenica prossima entriamo nei temi su cui questa campagna si sta davvero combattendo.
Alla prossima.
C.V.
¹ Attenzione a non confondere le due destre religiose. Il sionismo religioso – quello di Smotrich e, in forma diversa, di Ben Gvir – attribuisce allo Stato d’Israele e alla terra d’Israele un forte significato religioso; i suoi elettori servono normalmente nell’esercito e il movimento è strettamente legato al progetto degli insediamenti. Il mondo haredi di Shas e Torah Unita nasce invece storicamente fuori dal sionismo politico e mantiene con lo Stato un rapporto diverso, anche se oggi partecipa pienamente alle sue istituzioni. Una parte importante della società haredi considera lo studio della Torah prioritario rispetto al servizio militare e difende per questo le esenzioni dalla leva. Quelle esenzioni, però, non nascono soltanto dalla teologia: sono anche il prodotto di compromessi politici e giuridici costruiti fin dai primi anni dello Stato. Religiosi entrambi, dunque, ma con storie, culture e rapporti con lo Stato molto diversi.




