Verso il voto
Israele, l’imperativo morale – 1
di Claudio Velardi - 13 Settembre 2026 alle 18:48
Non sono ebreo. Non ho religione: non so se definirmi ateo o agnostico. Per studi, per interesse verso le scienze o le neuroscienze, per un po’ di darwinismo elementare con cui cerco di spiegarmi cosa succede su questa terra, vedo le religioni come credenze che l’umanità, nel suo percorso, tende a superare. Storicamente hanno alimentato guerre, odio e pregiudizi. Insomma, non ne penso granché bene.
Inoltre non ho parenti a Tel Aviv, né interessi laggiù; nessuno mi paga per scrivere quello che sto per dire. Però, quando si parla di Israele, sono dalla sua parte, senza molti dubbi. E non è una dichiarazione di fede. Il mio sostegno a Israele non è simpatia politica, calcolo geopolitico, difesa dell’Occidente. È molto di più: è un imperativo morale e, come tale, non cambia ogni mattina in base alle cronache.
Da dove nasce l’imperativo? Dalla convinzione che la persecuzione degli ebrei sia la ferita più profonda della storia umana. Mai sanata, perdura, si trasforma, si adatta e sopravvive alle epoche. Duemila anni di accanimento culminati nella Shoah, con una sola, ineluttabile e irrisolta domanda primaria: perché gli ebrei? Perché l’ostilità contro di loro, che torna sotto poteri, ideologie e società diverse, ogni volta con nuove e sempre uguali accuse?
Non c’è bisogno di essere storici di professione per sapere che le radici dello stigma precedono il cristianesimo. Nel mondo greco‑romano gli ebrei erano già visti come una insopportabile anomalia: rifiutano gli dèi altrui, seguono regole proprie, resistono ad ogni assimilazione. Nel 38 d.c., ad Alessandria, si verifica una delle prime grandi esplosioni di violenza antiebraica documentate, con un’accusa destinata a perpetuarsi: sono un popolo a parte, sono ostili agli altri. Non importa quello che fanno. Basta quello che sono.
Con il cristianesimo l’ostilità verso gli ebrei trova per secoli una giustificazione teologica. L’ebreo diventa il “deicida”, responsabile di una colpa collettiva, non di un gesto specifico. È un’idea che nell’Europa medievale si traduce in discriminazioni, espulsioni, segregazioni e limitazioni ai mestieri. In molte realtà agli ebrei resta il prestito a interesse, vietato o fortemente limitato ai cristiani: prima li si spinge verso una funzione economica necessaria e conveniente per tutti, poi da quella funzione nasce lo stereotipo dell’ebreo avido e usuraio. Shylock arriva dopo. Il pregiudizio era già in azione da tempo.
Nascono allo stesso modo le favole nere. A Norwich, nel 1144, la morte di un bambino cristiano viene attribuita agli ebrei per motivi rituali. È una delle origini dell’accusa del sangue: l’ebreo che rapisce e uccide bambini. Una ignominia destinata a attraversare i secoli, che si sente ancora oggi, finanche nelle rappresentazioni della guerra di Gaza.
Così per gli altri stereotipi: l’ebreo errante, condannato a non avere patria e poi accusato quando una patria se la costruisce; l’ebreo dalla doppia lealtà; il complotto ebraico mondiale, codificato nei Protocolli dei Savi di Sion, il falso documento creato nella Russia zarista che attribuisce a una piccola élite ebraica il controllo della finanza, dei media e dei governi. Cambiano le parole, lo schema è lo stesso.
Quando arriva l’Illuminismo, gli ebrei escono progressivamente dai ghetti e diventano cittadini. Si potrebbe pensare che sia finita, invece l’odio si aggiorna, si fa più sofisticato, diventa razziale con pretese di scientificità. E si manifesta nell’Europa più colta. Non chiede più all’ebreo di convertirsi, perché la colpa non è ciò che crede: è ciò che è.
L’affare Dreyfus, a fine Ottocento, sbatte la realtà in faccia al mondo: nemmeno la Francia dei diritti dell’uomo tutela i suoi ebrei. A Parigi Theodor Herzl, corrispondente viennese colto, perfettamente integrato, ascolta la folla che urla “morte agli ebrei” e progetta la svolta. Il sionismo ha radici antiche, ma lì diventa programma politico: se l’emancipazione liberale fallisce, gli ebrei devono avere uno Stato per difendersi da sé.
I decenni successivi confermano quella diagnosi con spietata puntualità. I pogrom russi innescano la fuga di due milioni di persone. Il primo dopoguerra trasforma l’ebreo nel capro espiatorio perfetto per la sconfitta bellica, la rivoluzione bolscevica, il collasso economico. L’antisemitismo cessa di essere un’opinione e diventa un sistema di spiegazione del mondo. Il nazismo non deve inventare nulla, trova una grammatica millenaria pronta all’uso, e si limita a industrializzarla, disegnando non una strage di guerra, ma lo sterminio sistematico di un popolo, pianificato con le armi della burocrazia, della tecnica e della logistica.
Israele non nasce dalla Shoah, il legame con Sion precede il sionismo di millenni e il movimento politico ha mezzo secolo in più dei lager. Ma Auschwitz consegna la giustificazione storica definitiva: gli ebrei non possono più affidare la propria pelle alla benevolenza altrui, perché quella benevolenza è revocabile. Lo Stato di Israele diventa la polizza sulla vita stipulata da un popolo dopo che ogni altra speranza è bruciata nei forni.
Difendere l’esistenza di Israele non significa avallarne i governi. I suoi leader hanno responsabilità politiche e criticarli è legittimo; del resto, nessuno lo fa con la durezza e la libertà degli israeliani stessi. Ma i governi passano, lo Stato resta. Trasformare gli errori di un esecutivo in una colpa ontologica, o far discendere dalle scelte del Netanyahu di turno il diritto all’esistenza di una nazione, non è dialettica politica: è colpevole delegittimazione.
Queste ragioni spiegano la battaglia che da anni conduco sul Riformista e che ora si allarga qui. Una battaglia che ha provocato qualcosa che non pensavo potesse più accadere: ha cambiato un po’ anche me. Dal 7 ottobre ho perso qualche amico. Persone con cui avevo condiviso anni, talvolta decenni, e che hanno preso una strada così diversa dalla mia che a un certo punto abbiamo smesso persino di parlarci, a volte di salutarci. All’inizio mi dispiaceva molto, oggi ne ho preso atto. Capita nella vita, non tutti i rapporti sono destinati a durare per sempre.
In compenso ne sono nati altri. Da qualche anno frequento di più il mondo ebraico, attraverso incontri, chat, discussioni, amicizie. Ho conosciuto persone che probabilmente non avrei mai incontrato e dalle quali ho imparato molto. Anche litigando, naturalmente.
Perché qualche volta i miei amici ebrei mi fanno arrabbiare. Capita che vedano antisemitismo anche dove io vedo soltanto una critica, che reagiscano con una diffidenza che a me sembra eccessiva, che si chiudano proprio quando sarebbe necessario parlare con chi la pensa diversamente. Poi mi ricordo da dove viene quella diffidenza. Duemila anni nei quali quando gli ebrei hanno pensato che il peggio fosse possibile, finivano per avere ragione: il peggio arrivava. Il che non significa che abbiano sempre ragione oggi. Significa soltanto che bisogna capire da dove viene quella paura.
E forse è proprio su questo piano che ho imparato qualcosa anch’io. Prima degli ultimi anni Israele era per me soprattutto una postura politica e culturale. Oggi è diventato qualcosa di più personale. Non nel senso dell’appartenenza, che non ho e non voglio fingere di avere. Ma nel senso che certe storie, quando le conosci abbastanza da vicino, finiscono per diventare carne viva.
Per questo mi indigna – ma forse, più che altro, mi immalinconisce – la superficialità e la sciatteria con cui oggi si parla di Israele e degli ebrei. Come se tutto fosse cominciato il 7 ottobre, o con Netanyahu, o con la guerra di Gaza. Si può criticare tutto. Ma io non riesco a farlo dimenticando ciò che c’è stato prima.
Qui non intendo convincere il prossimo. Non credo più – se mai l’ho creduto – che bastino gli argomenti a convincere le persone. Proverò solo a raccontare le cose che vedo, le persone che incontro, quello che leggo e quello che imparo. Per contribuire, nel mio piccolissimo, a evitare che una storia già accaduta venga dimenticata proprio mentre tornano a galla parole, riflessi, atti, ossessioni che ne alimentano di nuovo i fantasmi.
Alla mia età pensavo di aver già scelto tutte le battaglie per cui valesse la pena esporsi. Mi sbagliavo. Questa è arrivata tardi, quasi senza che me ne accorgessi, e mi ha restituito qualcosa che credevo di avere consumato negli anni: la voglia di prendere parte, di rischiare qualche amicizia, di non mettermi al riparo.
Forse, alla fine, questa newsletter nasce semplicemente da qui.
C.V.