La faccia tosta di Sala: se la prende con le bandiere israeliane ma tace sui manifesti di Hannoun

di Paolo Crucianelli - 28 Aprile 2026 alle 08:08

Il sindaco Beppe Sala, a margine della commemorazione per Gaetano Amoroso, è tornato sui fatti del 25 aprile: «Penso che l’errore sia stato partecipare con le bandiere israeliane, quello è il principale punto. Da quello che mi dice Anpi, l’associazione aveva avuto garanzia che non ci sarebbero state bandiere israeliane. È solo un fatto di buon senso: sarebbe stato meglio che non ci fossero state, anzi non dovevano esserci». E ha aggiunto: «Tutti parlano della Brigata Ebraica e nessuno credo sappia cosa è stata, in questa iper semplificazione non ci guadagna nessuno».

Sono parole che vengono dal primo cittadino della città in cui, sabato scorso, durante il corteo della Liberazione, un’unità simbolica di volontari ebrei – eredi di chi nel 1944 combatté in Italia inquadrato nell’Ottava Armata britannica – è stata bloccata, insultata con slogan nazisti raccapriccianti e fatta uscire sotto scorta della polizia, senza poter partecipare. Sala oggi indica come errore principale il comportamento di chi è stato aggredito. Il primo problema è di metodo. Il sindaco riferisce come accertata una circostanza che nei giorni precedenti era stata smentita da tre voci autorevoli e convergenti: il presidente della Comunità Ebraica di Milano Walker Meghnagi, Emanuele Fiano e il direttore del Museo della Brigata Ebraica Davide Romano. Tutti hanno escluso l’esistenza di un impegno a non portare bandiere israeliane. Quel presunto patto è stato materializzato a posteriori da Pagliarulo – presidente dell’Anpi – per giustificare ciò che era già accaduto. Un accordo che viene rivelato solo nel resoconto di una delle parti, dopo la presunta violazione, non è un accordo: è una versione di parte. Sala lo riferisce al singolare, come se la versione opposta non esistesse.

Il secondo problema è di principio. Anpi è co-promotore del corteo, non ne è il proprietario. In una manifestazione su suolo pubblico, in uno Stato libero, nessun soggetto privato può imporre condizioni vincolanti sui simboli che un partecipante esibisce. Anche se l’accordo fosse esistito, non avrebbe vincolato la Brigata, che a quell’intesa non aveva aderito. Pretendere che un gruppo presente al corteo rinunci alla propria insegna è una richiesta legittima soltanto se accolta. Imporla a posteriori come «garanzia disattesa» è una manipolazione del linguaggio.

Il terzo problema è storico. Chiedere alla Brigata Ebraica di sfilare senza la stella di David significa chiederle di non essere più la Brigata. Quella stella su campo bianco-azzurro è la sua insegna del 1944, prima ancora che la bandiera dello Stato di Israele (del 1948): la continuità non è un’interpretazione, è la storia. Si può discutere se mostrarla in piazza oggi sia opportuno; non si può sostenere che mostrarla sia un errore senza ammettere implicitamente che la Brigata stessa, per un mutamento di clima politico, sia diventata un soggetto improponibile.

Il quarto problema è di asimmetria, ed è qui che il «buon senso» del sindaco si rivela un metro a senso unico. Mentre lo spezzone pro-Pal contestava la Brigata Ebraica accusandola di genocidio, esibiva i manifesti di Mohammad Hannoun e Yaser Elasaly, indagati dalla Procura di Genova per finanziamento al terrorismo internazionale e designati dal Tesoro statunitense come membri di Hamas, accusati di aver convogliato sette milioni di euro verso l’organizzazione del 7 ottobre 2023. Quei manifesti sono sfilati indisturbati. Nessuno ne ha chiesto la rimozione per «buon senso». Sala, sindaco di tutti i milanesi, non li nomina.

Il problema, allora, non è la stella di David. È che a Milano, sabato scorso, una norma implicita ha selezionato i simboli ammissibili e quelli no: bandiere di un’unità antifascista del 1944, no; volti di indagati per finanziamento ad Hamas nel 2025-26, sì. Quando il primo cittadino dichiara che l’errore è stato delle prime e tace sui secondi, sta facendo politica, non sta invocando il buon senso. Se i partigiani della Resistenza, quelli veri, potessero leggere queste parole, si chiederebbero a quale pagina della loro storia quella stella di David sia diventata, oggi, l’errore principale.

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