La Flotilla se ne frega degli aiuti umanitari: il vero obiettivo è rompere il blocco navale di Israele
di Paolo Crucianelli - 20 Maggio 2026 alle 08:19
Si ripete il copione, si ripete il dizionario, e quindi dobbiamo ripetere la denuncia. La mattina del 18 maggio la Marina israeliana ha intercettato in acque internazionali al largo di Cipro le imbarcazioni della ennesima Sumud Flotilla, partite il 14 maggio da Marmaris in Turchia e dichiaratamente dirette a forzare il blocco navale di Gaza. Circa 100 attivisti fermati, fra cui alcune decine di italiani. È la quarta missione di questo tipo in dodici mesi, ed è la quarta volta che gran parte della stampa e dei media italiani tira fuori dal cassetto le stesse parole a vanvera: «pirateria», «sequestro di persona», «atto illegale», e l’argomento principe che dovrebbe sigillare il tutto: «In acque internazionali».
Sono argomenti che, come è stato già spiegato su queste colonne — e con autorevolezza ben maggiore della mia, dal generale Leonardo Tricarico —, non hanno fondamento giuridico. Non esiste un limite definito di distanza oltre il quale a uno Stato sia precluso il diritto di fermare imbarcazioni che dichiaratamente intendono forzare un blocco navale da esso proclamato. Il diritto internazionale del mare, integrato dal manuale di San Remo sulle norme sui conflitti armati e dal cosiddetto Rapporto Palmer del 2011, riconosce a chi ha dichiarato un blocco navale legittimo la facoltà di interdire le imbarcazioni che si organizzano per violarlo, anche prima che entrino nelle sue acque territoriali. Il punto cardine non è dove l’imbarcazione si trova, ma cosa sta facendo: una flotta che annuncia urbi et orbi di voler infrangere un blocco navale può essere bloccata, proprio in acque internazionali. E, come ha sancito proprio il rapporto Palmer dell’ONU, il blocco Israeliano su Gaza è legittimo, e continuerà ad esserlo fintanto che uno dei tre organismi sovranazionali preposti non lo dichiari illegittimo.
Da qui discendono le altre approssimazioni. Arrestare gli occupanti delle barche, portarli in un porto sotto giurisdizione israeliana, identificarli e rimpatriarli non è «pirateria» — reato compiuto da privati in alto mare per fini predatori — né «sequestro di persona», che presuppone una privazione arbitraria della libertà. È un fermo amministrativo conseguente a un’interdizione legittima. Si può discutere sulla proporzionalità, sui metodi, sui tempi del rimpatrio: è dibattito doveroso. Quello che non si può fare è chiamare un fermo amministrativo con nomi di gravi reati ai quali non assomiglia.
Capiamoci. È del tutto normale che gli attivisti a bordo delle imbarcazioni usino questi termini e invochino questa retorica: sono attivisti, e dicono ciò che è utile alla loro causa. Quello che invece non è tollerabile è che le stesse parole — pirateria, sequestro, attacco — vengano pronunciate da chi fa, o pretende di fare, informazione seria. Un giornalista può legittimamente sostenere la Flotilla, può legittimamente osteggiare la politica estera di Israele, può legittimamente firmare editoriali di simpatia per gli attivisti; ma deve farlo con argomentazioni veritiere, non con lo stesso linguaggio dei militanti. La differenza non è di simpatia, è di mestiere.
Conviene infine ricordare un dettaglio che dà la misura del confine fra umanitario e politico. Gli organizzatori hanno sempre respinto le offerte di sbarcare gli aiuti umanitari e farli arrivare via terra su canali sicuri sostenendo che l’obiettivo non è solo consegnare ma «rompere il blocco». Scelta che chiarisce un punto: la missione è politica, non umanitaria. E anche questa volta il governo israeliano ha dichiarato che non vi fossero sostanziali aiuti umanitari a bordo. Chi la racconta come «missione di soccorso» fa, anche qui, attivismo travestito da cronaca.