La guerra con l’Iran era inevitabile: chi parla di diplomazia e sanzioni mente

di Paolo Crucianelli - 14 Aprile 2026 alle 11:07

C’è una domanda diventata assillante nel dibattito pubblico: si poteva evitare la guerra con l’Iran? La risposta che ovunque si sente è: sì, bastava “più diplomazia”. È una risposta rassicurante, elegante ma che, semplicemente, non regge alla prova dei fatti.

Per anni, la comunità internazionale ha tentato tutte le strade non militari disponibili. Sanzioni economiche, negoziati sul nucleare, pressioni diplomatiche, accordi multilaterali, tentativi di reintegro economico in cambio di limitazioni verificabili. Nulla di tutto questo ha prodotto un risultato apprezzabile. L’Iran ha continuato a finanziare e armare i propri proxy – Hezbollah, Hamas, Houthi – e a portare avanti il proprio programma nucleare in modo opaco, mantenendo al tempo stesso una postura dichiaratamente ostile verso Israele che, come ormai tutti dovrebbero sapere, è culminata con il 7 ottobre, di cui Teheran è stato il regista.

Il punto centrale è che si è spesso ragionato come se il problema fosse solo l’Iran. Non è così. L’Iran è inserito in un sistema di convenienze internazionali che ne garantisce la sopravvivenza e l’efficacia. Nonostante sanzioni e embarghi, il suo petrolio continua a essere acquistato, i suoi flussi finanziari trovano canali, le sue reti logistiche operano attraverso Paesi terzi. Cina e India comprano greggio a condizioni vantaggiose, diversi hub regionali traggono beneficio dall’intermediazione commerciale e finanziaria, e la Russia ha tutto l’interesse a mantenere aperto un fronte di instabilità che logora l’Occidente.

In questo contesto, ogni strategia non militare realmente efficace avrebbe richiesto non solo di colpire l’Iran, ma anche di colpire chi ha con quel Paese interessi economici, diretti o indiretti. In altre parole, per fermare davvero Teheran sarebbe stato necessario imporre costi economici e politici anche a Cina, India, Emirati e ad altri attori. Ma questo significa entrare in un conflitto economico globale che nessuno, fino in fondo, ha voluto sostenere.

Ecco perché le sanzioni hanno funzionato solo parzialmente: hanno rallentato, complicato, aumentato i costi, ma non hanno mai isolato davvero l’Iran. Le reti si sono adattate, i flussi si sono spostati, gli interessi in gioco hanno impedito una chiusura completa.

Anche l’idea di affidarsi alle Nazioni Unite, da tanti in Europa evocata a gran voce, si scontra con la realtà. Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal diritto di veto delle grandi potenze. Cina e Russia non hanno alcun interesse a sostenere un’azione risolutiva contro l’Iran, e quindi qualsiasi iniziativa realmente incisiva verrebbe bloccata. Pensare a un intervento Onu decisivo significa ignorare il funzionamento concreto degli equilibri internazionali.

Resta la diplomazia. Ma la diplomazia funziona solo se entrambe le parti hanno un interesse convergente a trovare un accordo e quando le violazioni hanno conseguenze certe e immediate. Nel caso iraniano, l’interesse strategico a mantenere una rete di pressione regionale e una capacità nucleare latente non è mai venuto meno. Senza un meccanismo di enforcement totale – che, come detto, non era praticabile senza colpire altri Paesi – ogni accordo era destinato a essere fragile o temporaneo.

Arriviamo così alla conclusione che molti faticano ad accettare: non esisteva una soluzione pacifica “pulita”. Esistevano solo due opzioni reali. La prima: accettare un Iran sempre più forte, sempre più armato, sempre più influente attraverso i suoi proxy. La seconda: intervenire militarmente per interrompere questa traiettoria.

La guerra, in questo senso è stata la conseguenza del fallimento – prevedibile – di tutte le alternative praticabili nel mondo reale. Ignorarlo significa continuare a ragionare su un piano teorico e puramente ideologico, che non tiene conto degli interessi, dei vincoli e dei rapporti di forza che regolano la politica internazionale.

Chi oggi si ostina a chiedere “perché la guerra?” o parla di “guerra illegale”, dovrebbe prima rispondere a un’altra domanda, molto più scomoda: quale alternativa concreta avrebbe potuto funzionare? Finché questa risposta non c’è, la realtà resta una sola: la guerra non è stata evitata perché, nelle condizioni date, non era evitabile.

Il grande archivio di Israele

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