La guerra invisibile dell’Iran: così Teheran arma gli Houthi e minaccia i due grandi chokepoint del petrolio mondiale

di Paolo Crucianelli - 14 Settembre 2026 alle 15:19

Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Giovedì 11 settembre Mohammed bin Salman ha chiamato Donald Trump due volte per chiedergli di bombardare gli Houthi. Trump ha rifiutato: la direttiva è restare concentrati sull’Iran e su Hormuz senza aprire un fronte ulteriore. Ma la domanda che nessuno sembra porsi con sufficiente urgenza non riguarda Washington: riguarda Teheran. Come riesce l’Iran, sotto sanzioni, con lo Stretto di Hormuz contestato e i cieli della regione sorvegliati dalla più potente macchina militare della storia, a rifornire gli Houthi con missili balistici, droni e consiglieri militari in quantità tali da mettere in ginocchio la prima potenza petrolifera del mondo?

La risposta sta in una rete logistica che gli esperti di Lloyd’s List definiscono “una masterclass nel contrabbando”. Le confessioni degli equipaggi intercettati dalle forze della Resistenza Nazionale yemenita hanno rivelato almeno tre rotte consolidate. La prima è diretta: navi commerciali partono dal porto iraniano di Bandar Abbas con documenti falsificati che dichiarano carichi innocui, manipolando il sistema AIS (il trasponder di identificazione navale) per mascherare rotta e identità. Un solo dhow (imbarcazione tipica a vela) intercettato nel luglio 2025 trasportava 750 tonnellate di armi, munizioni e componenti missilistici, con manuali di servizio in farsi e sistemi prodotti da un’azienda affiliata al Ministero della Difesa iraniano. In totale, il network ha portato a termine almeno tredici spedizioni documentate lungo questa rotta.

La seconda rotta è la più ingegnosa. Navi madre iraniane si ancorano al largo della costa somala, dove i carichi vengono trasferiti su pescherecci yemeniti locali, indistinguibili dal traffico civile, che li portano nei piccoli porti della costa occidentale controllata dagli Houthi. Il Corno d’Africa ha migliaia di chilometri di costa non sorvegliata: individuare un peschereccio tra centinaia è cercare un ago in un pagliaio. A questa rotta si affianca un hub a Gibuti, dove componenti per droni arrivano in container misti a merci lecite. La terza rotta è terrestre: contrabbandieri attraversano il confine omanita nella provincia di al-Mahra con passaporti falsificati, dopo addestramento nei campi della Forza Quds.

Non si tratta di improvvisazione: è una catena logistica costruita in decenni di esperienza. L’IRGC gestiva rotte analoghe per Hezbollah attraverso la Siria e per Hamas attraverso la Giordania. Quando una via viene interrotta, il sistema si adatta. Un portavoce militare yemenita ha denunciato un’alleanza operativa tra Houthi e al-Shabaab in Somalia, con almeno sei operazioni congiunte di pirateria e contrabbando negli ultimi due mesi. L’Iran non sta semplicemente armando un proxy: sta dirigendo una guerra per procura su scala regionale, coordinando operativamente i fronti yemenita, iracheno e libanese come componenti di un’unica strategia.

I risultati sul campo sono devastanti. Gli Houthi hanno catturato la città portuale di Mocha e l’isola di Perim, posizionandosi sullo Stretto di Bab el-Mandeb (il passaggio che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano). Se questa posizione si consoliderà, l’Iran avrà ottenuto il controllo potenziale di entrambi i colli di bottiglia del commercio petrolifero mondiale: Hormuz a est, Bab el-Mandeb a ovest. Il tutto senza un solo soldato iraniano in prima linea e con un costo che è una frazione di quello che l’Arabia Saudita spende per difendersi. È la guerra asimmetrica nella sua forma più pura: un Paese sotto embargo che riesce a proiettare potenza militare attraverso mezzo continente usando pescherecci e passaporti falsi, mentre la superpotenza mondiale resta a guardare perché intervenire costerebbe troppo.

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