La morte culturale dell’Occidente: “Hamas è la resistenza, Israele è il nuovo nazista”

di Enrico Cerchione - 19 Maggio 2026 alle 11:39

La giornalista e commentatrice (ex Guardian) britannica Melanie Phillips ha spiegato con lucidità chirurgica un fenomeno psicologico e morale che stiamo vivendo da oltre due anni e mezzo: cosa succede quando ci si sente dalla parte dei “buoni” e si scopre, all’improvviso, che i barbari sono proprio quelli in cui ci si era immedesimati come vittime, quelli che difendevamo e per cui si combatteva anche se lontani migliaia di chilometri. Phillips chiarisce che questa inversione morale non è un semplice errore di valutazione o un’ipocrisia passeggera. È un processo di autodifesa dell’ego morale collettivo della sinistra progressista occidentale.

Da decenni erano due le equivalenze dominanti. La prima era Palestinesi/Hamas = oppressi, vittime sacre della storia, parte “giusta” dell’umanità. La seconda era Israele/ebrei = oppressori, colonialisti, “nuovi bianchi”, incarnazione del male. Il pogrom del 7 ottobre, con stupri, mutilazioni, rapimenti, stragi filmate e celebrate dai carnefici stessi, ha creato una dissonanza cognitiva insopportabile. Ammettere che i “buoni” erano in realtà barbari sadici avrebbe significato ammettere di aver sostenuto il male per anni. Invece di rivedere le proprie certezze, come alcuni di noi caduti nella solitudine sociale più acuta, molti hanno scelto la via più comoda: capovolgere completamente i ruoli. Come dice Phillips, è una guerra “attraverso la mente occidentale”. Hamas non è più il barbaro, ma la “resistenza”. Israele non è più la vittima, ma il “nuovo nazista” che commette “genocidio”. I fatti diventano “narrativa sionistica”, mentre la propaganda di Hamas diventa “verità”. È esattamente quello che sta accadendo in questi giorni.

Intanto esce “Silenced No More”, il rapporto sulla violenza sessuale sistematica di Hamas e dei suoi alleati durante e dopo il 7 ottobre. Stupri, mutilazioni genitali, abusi su donne, uomini e bambini: non episodi isolati, ma tattica deliberata del terrore. Un lavoro rigoroso, pubblico e soprattutto verificabile. E l’empatia? Quanto ne avete sentito parlare? Trasmissioni sui nostri media? Zero. O quasi. Come se le vittime non fossero degne di compassione perché ebree, perché israeliane, perché “colpevoli” di esistere in quello che secondo la distorsione dominante è “territorio occupato”. È il riflesso ideologico automatico: la narrazione spegne ogni pietà per gli ebrei e la moltiplica per chi li vuole annientare. Demonizziamo i nemici, di nuovo gli ebrei, e diventano automaticamente indegni di pietà. È il meccanismo antisemita classico, solo aggiornato al linguaggio dei diritti umani, all’umanitarismo ai confini dell’empatia suicida, al terzomondismo più ascetico.

Guarda caso, proprio mentre esce questo rapporto, il New York Times pubblica l’ennesima inchiesta screditata punto per punto da HonestReporting su presunte violenze sessuali sistematiche di Israele. Nel frattempo l’empatia per le vere vittime del 7 ottobre, quelle stuprate, mutilate, bruciate vive, evapora per puro riflesso ideologico: secondo la nuova teologia della peggior sinistra, sono loro il “colpevole”. Melanie Phillips ha ragione: è la morte culturale dell’Occidente. Quando non si riesce più a distinguere il barbaro perché l’ideologia prevale sull’evidenza, si finisce per allearsi con lui. Questa inversione morale non riguarda solo Israele. È un test sulla nostra capacità di chiamare il male per nome. Se oggi non riusciamo a provare pietà per le vittime ebree, domani non saremo più capaci di riconoscerlo quando colpirà noi. Chiamiamo le cose con il termine appropriato: vergogna.

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