La mostra choc a Martina Franca: Netanyahu diventa un mostro demoniaco, affiancato a Khamenei e Bin Laden
di Tomer Corinaldi - 9 Maggio 2026 alle 08:19
C’è un confine che una società civile non dovrebbe mai permettersi di oltrepassare. È il confine tra la critica — anche dura, anche scomoda, anche provocatoria — e la disumanizzazione. Quel confine, nella mostra “Mostri” ospitata al Palazzo Ducale di Martina Franca, edificio centrale della splendida cittadina barocca, è stato superato. Quando ho visto la mostra, ho provato un profondo turbamento. Si sono risvegliate in me memorie collettive dolorose dell’iconografia antisemita degli anni Trenta in Germania e in Italia.
Al centro della ferita vi è la caricatura in cui Netanyahu viene rappresentato come una creatura mostruosa, demoniaca, dotata di artigli e dall’aspetto minaccioso. Non siamo davanti a una semplice polemica artistica. La questione non è se sia lecito o meno criticare il governo israeliano, Benjamin Netanyahu o qualunque altro leader politico. La critica politica è legittima, necessaria, persino salutare. Ma quando un leader ebreo dello Stato d’Israele viene raffigurato come una creatura demoniaca, mostruosa e terrificante, e quando all’interno di quella rappresentazione vengono inseriti simboli ebraici carichi di memoria dolorosa, come la Stella di David, la questione cambia radicalmente. Non è più soltanto Netanyahu a essere colpito. Sono i simboli ebraici a essere trascinati dentro un immaginario di mostruosità. È l’identità ebraica a essere associata visivamente al demoniaco. E in Europa questo non può essere considerato un semplice dettaglio estetico. È una memoria precisa. È una ferita storica. È un linguaggio che abbiamo già visto.
Il confronto con le altre figure della mostra rende il messaggio ancora più evidente. È difficile credere che sia casuale la scelta di collocare Netanyahu come un mostro dotato di artigli, tra Khamenei — che appare quasi come un nonno bonario — e Bin Laden, rappresentato come una figura umana e orientale. Quando proprio il leader israeliano viene sottoposto a demonizzazione visiva, mentre due figure associate a una parte centrale del terrorismo e del fanatismo violento degli ultimi decenni restano dentro una cornice umana, non siamo più davanti a una normale critica politica. Una scelta del genere produce un effetto inquietante di minimizzazione del terrorismo e, in questo contesto, può persino essere letta come una sua indiretta giustificazione.
Quando Stalin, Mussolini e persino Hitler appaiono umani e molto meno mostruosi del leader ebreo di uno Stato democratico, rappresentato accanto a simboli ebraici, non siamo più nel campo della provocazione artistica. Questo è antisemitismo visivo. A rendere il tutto ancora più grave è il fatto che proprio Netanyahu sia stato scelto per comparire sulla locandina rappresentativa della mostra, che ricorre più volte all’interno dell’edificio pubblico del Comune. In quella locandina Netanyahu è posto accanto a Frankenstein, accompagnato dalle parole “al-Aqsa – 7 ottobre 2023”: un riferimento diretto alla data del massacro compiuto da Hamas in Israele, utilizzando il nome dato all’attacco dagli stessi terroristi, insieme a una scritta religiosa in arabo. Quel riferimento non è neutro. Non è innocente. Dentro questo contesto visivo, esso rischia di trasformare il 7 ottobre da tragedia reale — fatta di corpi, famiglie distrutte, ostaggi, bambini e civili assassinati — in un elemento grafico, quasi in una giustificazione simbolica della mostruosità attribuita a Israele e agli ebrei. Il fatto che gli autori della mostra abbiano probabilmente visto in quella scritta ambigua una sorta di “equilibrio” rispetto alla figura mostruosa di Netanyahu è ancora più inquietante. Non equilibra nulla; dimostra che qui siamo davanti a una forma di propaganda e, soprattutto, a una minimizzazione sconvolgente del massacro del 7 ottobre. L’orrore viene estetizzato, mentre le vittime scompaiono.
Durante il confronto con il vicesindaco e con gli artisti responsabili della mostra, è avvenuto un momento particolarmente simbolico: una turista tedesca presente sul posto si è avvicinata per esprimermi solidarietà e vicinanza. Ha manifestato il proprio turbamento davanti a immagini portatrici di connotazioni offensive. La sua reazione ha un peso particolare: chi porta sulle spalle la memoria storica del proprio Paese riconosce subito ciò che altri minimizzano, giustificano o fingono di non vedere. Ed è proprio qui che nasce la domanda più dolorosa: com’è possibile che in Germania immagini del genere vengano percepite immediatamente come pericolose, mentre in un edificio pubblico italiano possano essere difese come semplice arte? Martina Franca è una città che porta con sé un’antica memoria ebraica, all’interno di una Puglia che fu terra di presenza, cultura e ricca vita ebraica — una vita spezzata tra il XV e il XVI secolo da una persecuzione religiosa fanatica, che costrinse gli ebrei a convertirsi o ad abbandonare la Puglia. Proprio per questo, ciò che è accaduto non può essere archiviato come un episodio marginale o come un’incomprensione. Una città che custodisce memoria non può diventare, neppure inconsapevolmente, il luogo in cui simboli ebraici vengono demonizzati sotto il patrocinio dello spazio pubblico.
La libertà artistica è un valore prezioso. Ma non può diventare uno scudo dietro il quale normalizzare l’odio. La mia difficoltà più grande si muove tra due sentimenti opposti: da un lato, il pensiero doloroso che forse qui non ci sia posto per noi ebrei; dall’altro, una forte volontà di esprimere fede nella possibilità di una riparazione — che ciò che è accaduto circa cinquecento anni fa non debba tornare. Noi siamo qui. Am Israel Chai. L’ebraismo pugliese risorge dalla polvere, e vediamo davanti ai nostri occhi le parole del profeta Samuele: “E il Netzach d’Israele, l’eternità d’Israele, non mentirà”. Per questo dobbiamo gridare e non tacere. Serve una risposta chiara. Serve responsabilità istituzionale. Serve il coraggio di riconoscere l’errore. Perché una società non si misura solo da ciò che permette di esporre. Si misura anche da ciò che sa riconoscere come inaccettabile.