La pace apparente è una minaccia: il terrorismo viene alimentato ancora, e Israele pagherà il conto

di David Gerbi - 22 Giugno 2026 alle 14:49

«Vi è stata data la scelta tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra». Questa frase di Winston Churchill, pronunciata dopo gli accordi di Monaco del 1938, è diventata una delle riflessioni più profonde sul rapporto tra paura e responsabilità. Churchill sosteneva che alcune minacce non si fermano attraverso le concessioni. Quando chi vuole espandere il proprio potere interpreta la rinuncia come un segno di debolezza, la concessione non elimina il conflitto: lo rimanda.

Per molti anni ho pensato a questa frase soprattutto in termini storici e politici. Oggi mi colpisce sempre di più il suo significato psicologico. Nella vita individuale accade spesso qualcosa di simile. Per paura del conflitto evitiamo una conversazione difficile. Per paura di perdere una relazione rinunciamo a dire la verità. Per paura di creare tensioni non mettiamo un limite necessario. Per paura di soffrire rimandiamo una decisione inevitabile. In quel momento proviamo sollievo. Ci sembra di aver trovato una soluzione. Ma molto spesso non abbiamo risolto nulla. Abbiamo semplicemente rinviato il problema. E il problema, nel frattempo, continua a crescere. Quando torna, torna più forte, più complesso e più doloroso.

In questo senso, la frase di Churchill non parla soltanto di politica. Parla di una dinamica universale dell’essere umano. La ricerca della pace è una cosa nobile. La fuga dal conflitto è un’altra. La saggezza consiste nel distinguere tra le due. Carl Gustav Jung aveva compreso qualcosa di molto simile quando parlava dell’ombra. Ciò che non vogliamo vedere non scompare. Ciò che non affrontiamo continua ad agire nell’inconscio. Ciò che cerchiamo di evitare torna sotto altre forme. L’ombra che non affrontiamo non muore. Aspetta. E poi ritorna. Per questo motivo la crescita psicologica richiede coraggio. Richiede la capacità di guardare ciò che è scomodo, doloroso o spaventoso. Molte persone passano anni a ripetere gli stessi comportamenti aspettandosi risultati diversi. Continuano a scegliere lo stesso tipo di relazione. Continuano a evitare gli stessi confronti. Continuano a rimandare le stesse decisioni. Continuano a fare le stesse cose sperando che, questa volta, il finale sia diverso. Ma la realtà raramente funziona così.

Una celebre frase, spesso attribuita ad Albert Einstein, afferma che la follia consiste nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti. Al di là dell’attribuzione, il concetto rimane valido. Se il comportamento non cambia, difficilmente cambierà il risultato. Vale per gli individui. Vale per le famiglie. Vale per le istituzioni. Vale anche per le nazioni. Esistono momenti in cui la pace nasce dal dialogo, dalla mediazione e dal compromesso. Ed esistono momenti in cui ciò che chiamiamo pace è soltanto una tregua apparente che nasconde problemi irrisolti. La vera domanda non è come evitare ogni conflitto. La vera domanda è quale conflitto debba essere affrontato oggi per evitare un dolore maggiore domani. La maturità, individuale e collettiva, nasce forse proprio da questa capacità: smettere di rimandare ciò che sappiamo di dover affrontare. Perché ciò che viene rinviato non sempre scompare. Molto spesso torna. E quasi sempre presenta il conto con gli interessi.

Oggi questa riflessione mi torna alla mente osservando ciò che accade in Medio Oriente. Molti parlano di pace. Io temo invece che ci troviamo di fronte a una pace apparente. Una pace apparente non è una pace vera. È una situazione nella quale il conflitto viene sospeso senza che le sue cause profonde vengano affrontate. In superficie sembra esserci tranquillità. In profondità le tensioni continuano a esistere. Per questo motivo, una pace apparente rischia di assomigliare alle dinamiche psicologiche di cui parlava Jung. Ciò che viene represso non scompare. Ciò che viene negato continua ad agire nell’ombra. La domanda che mi pongo non è se i combattimenti possano fermarsi per qualche tempo. La domanda è se siano stati realmente affrontati i problemi che li hanno generati.

Se le ideologie estremiste continuano a esistere, se il terrorismo continua a essere alimentato, se i dissidenti continuano a essere perseguitati e se milioni di persone continuano a vivere senza libertà fondamentali, allora il problema non è stato risolto. È stato semplicemente rinviato. Le conseguenze di queste situazioni non ricadono soltanto sui governi. Ricadono sulle persone comuni. Ricadono su chi desidera vivere in libertà, sui dissidenti, sulle donne che chiedono diritti, sulle minoranze perseguitate, su coloro che sperano in istituzioni più democratiche. E ricadono anche su Israele, che vive nel cuore del Medio Oriente e che continua a confrontarsi quotidianamente con minacce che non possono essere ignorate.

Esiste un antico proverbio arabo che dice: «Chi ha iniziato un’opera e non l’ha portata a termine è come se non l’avesse fatta». Non so se questo proverbio sia applicabile agli eventi di oggi. So però che la Storia insegna una lezione semplice: i problemi che non vengono realmente affrontati raramente scompaiono da soli. La pace autentica richiede coraggio, verità e responsabilità. La pace apparente richiede soltanto tempo. E il tempo, prima o poi, presenta il conto.

Il grande archivio di Israele

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