La propaganda russa fomenta antisemitismo. Teorie del complotto e ruolo del KGB: le “misure attive”, dagli Zar a Putin

di Redazione - 26 Febbraio 2026 alle 09:51

di Davide Cavaliere

Fin dalle oceaniche manifestazioni di Euromaidan, gli ucraini sono stati marchiati dalla propaganda russa con gli appellativi di «neonazisti» e «antisemiti». Non di rado, persino diversi sostenitori di Israele sono caduti in questo inganno, divenendo involontarie vittime di una sofisticata «misura attiva» orchestrata dal Cremlino. A ristabilire la verità storica e politica, ricordando come sia proprio la Russia uno dei principali vettori dell’antisemitismo contemporaneo, interviene Massimiliano Di Pasquale — ucrainista e ricercatore dell’Istituto Gino Germani — con un saggio programmaticamente intitolato Antisemitismo e misure attive russe dagli Zar a Putin. Il testo, capace di coniugare il rigore della ricerca scientifica al ritmo incalzante di una spy-story, muove dalla definizione tecnica di «misura attiva», intesa come una narrazione che mira «a creare una percezione distorta della realtà, nell’opinione pubblica e nei decisori politici dei paese-bersaglio, per favorire gli interessi geopolitici dello Stato aggressore».

Il regime putiniano, a partire dai primi anni Duemila, ha attinto al secolare antiebraismo russo — sia di matrice zarista-ortodossa che sovietica — per alimentare tesi e teorie del complotto antisemite volte a «destabilizzare le democrazie liberali e confondere il pubblico internazionale su temi quali l’immigrazione, la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e il conflitto nella striscia di Gaza». Nello specifico, per legittimare l’invasione su larga scala, Mosca ha tentato di dipingere l’Ucraina come un Paese paradossalmente «nazista» e al contempo «controllato dagli ebrei», spingendosi fino all’assurdo di accusare il presidente Zelensky di essere un «ebreo antisemita» nel tentativo di minare la solidarietà ebraica verso Kyiv. Questa narrazione ignora deliberatamente il fatto che la comunità ebraica ucraina si sia schierata compatta a difesa della propria patria. In questa vasta campagna di disinformazione, due figure sono state bersagliate con particolare ferocia: George Soros, accusato di aver orchestrato le proteste di Euromaidan contro il governo filorusso di Viktor Janukovyč nel 2014, e il filosofo francese Bernard-Henri Lévy, sostenitore della prima ora della causa ucraina, dipinto come un «agente provocatore» al servizio del Mossad o della CIA.

Ciò che rende il lavoro di Di Pasquale particolarmente prezioso è la riesumazione di vicende storico-politiche spesso dimenticate, che proiettano un’ombra lunga e inquietante sul presente, illustrando la letale efficacia delle «misure attive». Un esempio emblematico è «L’operazione Zarathustra», lanciata dal KGB nel 1959, durante la quale i Servizi segreti sovietici crearono e alimentarono disordini e incidenti antiebraici nella Germania Ovest per screditarla come entità sostanzialmente «nazista» agli occhi degli alleati e impedirne il riarmo. Si tratta di un approccio speculare a quello adottato oggi contro l’Ucraina, attraverso la «nazificazione» strumentale del suo governo e dei suoi eroi nazionali, come Bandera e Petljura. Un secondo caso cruciale riguarda il tentativo, riuscito, di spezzare l’alleanza tra gli attivisti per i diritti umani ebrei e ucraini negli anni Settanta. Mosca, attraverso la sua propaganda e la fabbricazione del controverso caso di John Demjanjuk, diffuse la narrativa secondo cui l’antisemitismo ucraino fosse un fenomeno «ontologico», aprendo una frattura tra i due gruppi nazionali. I sovietici riuscirono così, da un lato, a screditare i dissidenti ucraini e, dall’altro, a erodere la solidarietà verso i refusnik.

Infine, il saggio esplora il ruolo del KGB nella creazione del «popolo palestinese» e del suo leader più emblematico, Arafat, vera e propria creatura dei Servizi segreti russi. Sempre il KGB ha eretto tutto l’impianto accusatorio contro Israele, denunciato come Stato «razzista» e «imperialista». I sovietici hanno coltivato un virulento di odio anti-israeliano sul già fertile terreno arabo-musulmano, come sottolinea l’autore ricordando che «l’URSS e i suoi alleati del blocco comunista stampano, traducono e distribuiscono sistematicamente i Protocolli dei Savi di Sion in tutto il mondo […] per dimostrare che gli Stati Uniti erano un paese sionista il cui obiettivo era la trasformazione del mondo islamico in un feudo ebraico».

Quelli riportati sono solo alcuni dei numerosi e ben documentati episodi analizzati da Di Pasquale, la cui ricerca è un viaggio notturno in un mondo di spie e fanatismi ideologici. Un testo che, pur trattando una materia oscura, getta una luce chiarificatrice sul nostro presente. Dovrebbe essere letto con attenzione anche dal mondo filoisraeliano, per comprendere che l’islamismo non è l’unico vettore dell’antisemitismo globale e che la battaglia dell’Ucraina per la propria libertà e sopravvivenza è, in ultima analisi, la medesima che combatte Israele.

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