L'intervista
La testimonianza di Michael Sfaradi: “Sono finito in un servizio di Al Jazeera in arabo, chi sostiene Israele è sotto tiro”
di Luca Sablone - 28 Aprile 2026 alle 14:09
La vulgata contro Israele prosegue a ritmo serrato, e trova terreno fertile nell’aberrante 25 aprile 2026 di Milano. Ne parliamo con Michael Sfaradi, scrittore e inviato di guerra israeliano.
Il 25 aprile a Milano è stata scritta una pagina vergognosa. È un punto di non ritorno?
“Il 25 aprile? Ma dai, per quello che mi riguarda il punto di non ritorno è stato superato nel 1982, quando dopo più di due anni di bombardamenti continui dal Libano su Israele da parte dell’OLP di Arafat, Katiuscia che colpivano esattamente come fa oggi Hezbollah, è cambiata la sigla del terrore ma non il modus operandi. La stampa e la politica internazionale che mantenevano un silenzio tombale su quello che succedeva al confine fra Libano e Israele, rimasero in attesa della reazione israeliana per scatenarsi. Da allora, a prescindere da chi fosse al governo a Gerusalemme, è stato un continuo di attacchi di tutti i tipi nei confronti di Israele, qualsiasi cosa facesse per difendersi. In Italia, come nel resto d’Europa, abbiamo una fila lunga più di quaranta anni di informazioni falsate e propaganda anti-israeliana. Ai terroristi palestinesi è stato scusato tutto e quello che non si poteva scusare è stato buttato nel sacco dell’oblio, mentre Israele è sempre stata guardata al microscopio”.
Ad esempio?
“Di esempi ce ne sono così tanti che è impossibile elencarli tutti. Ma solo il fatto che da decenni all’ONU in ogni riunione viene messo sistematicamente qualcosa per cui condannare lo Stato ebraico la dice lunga, e questo lo sanno tutti tranne i cretini e quelli in malafede. E ci stupiamo che oggi l’antisionismo non sfoci in antisemitismo? A proposito dell’antisionista, chi si professa tale non ha idea che questa ideologia politica nasce dall’esigenza di un popolo intero di ritrovare la libertà dopo duemila anni di diaspora. Herbert Pagani, uomo di sinistra e non smetterò mai di ripeterlo, nella sua arringa per la mia terra ha scritto: “Che cos’è il sionismo? Si riduce a una sola frase, l’anno prossimo a Gerusalemme. No, non è lo slogan di qualche club di vacanza, è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo. E questa preghiera è diventata un grido, un grido che ha più di 2000 anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta l’anno: il giorno della Pasqua. Allora il sionismo è razzismo? Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre. Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i corsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani, gli uomini hanno le donne, la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati. Noi siamo gli ebrei di tutti. A quelli che mi chiedono: ‘E i palestinesi?’ rispondo ‘Io sono un palestinese di 2000 anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli, e due nazioni’. Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme. Tutta la sinistra sionista cerca da 30 anni degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri. C’è scritto sulla carta dell’OLP: ‘Verranno accettati nella Palestina Riunificata solo gli ebrei venuti prima del ’17’. A questo punto devo essere solidale con la mia gente. Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori. Ma per oggi la famosa frase di Cartesio ‘Penso, quindi sono’ non ha nessun valore. Noi ebrei sono 5000 anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere. Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire: ‘Mi difendo, quindi sono'”. Quello che c’era scritto sulla carta dell’OLP allora è riportato copia incolla sugli statuti di Hamas e di Hezbollah oggi, non dimenticando che a Piazza Palestina di Teheran c’era un orologio a ritroso che contava il tempo che rimaneva prima della distruzione di Israele. Quell’orologio non esiste più perché fatto saltare dai piloti dell’IDF durante il terzo giorno della guerra dei dodici giorni fra Israele e Iran. ‘Mi difendo, quindi sono’, diceva Herbert Pagani ma anche Golda Meir, donna di sinistra anche lei; in un discorso tenuto proprio durante una visita a Roma nel 1970 disse: ‘Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze’. La Meir in quella frase sintetizzava un concetto che gli odiatori di Israele, di ieri e di oggi, non digeriscono, e cioè che è la determinazione dello Stato di Israele nel difendere la propria esistenza anche a costo di attirare critiche internazionali piuttosto che subire una sconfitta, che avrebbe portato il mondo a porgere semplici messaggi di cordoglio. Messaggi che comunque sono arrivati in sordina il 7 ottobre 2023 e poi sepolti dalle critiche dall’8 ottobre 2023 in poi”.
Il clima di odio si riflette poi sui social. Anche Israele Senza Filtri è finito nel mirino…
“Molto più di un semplice mirino. Insieme a Dario Sanchez e a Marco Carrai sono addirittura finito in un servizio di Al Jazeera in arabo, solo in arabo. Praticamente un bersaglio che ci segue perché dopo il 7 ottobre abbiamo avuto l’idea di aprire un canale di informazioni in italiano da Israele. Un canale che nel suo piccolo ha provato a contrastare la vulgata delle castronerie pubblicate da quelli che una volta erano considerati grandi nomi della stampa, ma che oggi sono si sono ridotti a puri organi di spicciola propaganda. Non faccio nomi per evitare strascichi di qualsiasi tipo, ma basta leggere in giro o guardare con un minimo di onestà intellettuale i servizi o gli approfondimenti mandati in onda dai più importanti canali televisivi per rendersene conto. Se poi consideriamo che la maggior parte delle critiche che riceviamo via social parte da un sondaggio (bada bene, un semplice sondaggio dove chiedevamo a chi ci seguiva se era d’accordo con le eliminazioni extragiudiziarie dei capi del terrorismo islamico eseguite dall’IDF su ordine del governo israeliano, cosa poi avvenuta)… È bastato un sondaggio nel quale il canale non prendeva posizione, e i soliti noti sono subito saltati con accuse di spargimento di odio da parte nostra. Addirittura di coinvolgimento o complicità. Rispondere a tutto questo è inutile, come si dice: ‘A lavare il mulo si perde tempo, acqua, sapone e si infastidisce la bestia’”.
Addirittura ospitare podcast con voci filo-israeliane è diventata un’impresa. Come mai?
“Fra gli altri abbiamo avuto l’onore di ospitare l’onorevole Paola Concia, Daniele Capezzone e Maria Luisa Rossi Hawkins. Davvero credete che queste persone non siano intellettualmente oneste e che quando serve non critichino l’operato del governo israeliano? Avremo presto altri ospiti che giudichiamo intellettualmente onesti a prescindere dalle loro idee di base, con le quali ci confronteremo esattamente come ci siamo già confrontati. I podcast sono in linea sulla pagina YouTube di Israele Senza Filtri. Non abbiamo parlato e non parleremo con filo-israeliani, ma con quei pochi nomi che ancora credono al giornalismo come informazione vera e non manipolata o strumentalizzata. A quel giornalismo che dovrebbe essere informazione pura. Ricordo sempre la frase di Indro Montanelli, figura contestata, fuori da ogni schema ma cardine del giornalismo italiano del Novecento che sosteneva fermamente che il giornalismo è tale solo se agisce come ‘cane da guardia della democrazia’”.
Siamo di fronte a un pregiudizio o c’è ben altro?
“Quale è la prossima domanda?”.