La Turchia demonizza Israele. La soluzione? Silenziare all’Onu chi incita all’odio etnico e religioso
di Jonatan Della Rocca - 9 Luglio 2026 alle 08:23
Per oltre quarant’anni, la Repubblica Islamica dell’Iran ha promosso una retorica statale basata sulla negazione dell’Olocausto, sulla demonizzazione degli ebrei e sull’esplicita richiesta di cancellazione dello Stato d’Israele dalle mappe geografiche. Per troppo tempo nessuno ha osato ribattere a queste accuse infamanti che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, hanno alimentato un clima tossico sfociato inevitabilmente nel conflitto. Si è sollevata un’onda anomala che ha scatenato una tempesta non solo nel bacino mediorientale, ma con effetti geopolitici in tutto il mondo. Questo scenario dimostra drammaticamente quanto l’uso sistematico di parole d’odio, oltre a inficiare la verità storica, possa innescare azioni devastanti di portata inimmaginabile.
Oggi questa staffetta dell’estremismo verbale sembra essere stata parzialmente raccolta dalla Turchia di Erdoğan. Quando il ministro degli Esteri di Ankara si spinge a definire lo Stato ebraico “un fardello che l’umanità non può più sopportare”, non sta esercitando il legittimo diritto alla critica politica, bensì sta ricalcando i peggiori stilemi del linguaggio eliminazionista della storia. Di fronte a queste parole che il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha denunciato come un “testo da manuale di incitamento al genocidio”, la reazione internazionale iniziale è stata colpevolmente tiepida, con la sola e netta eccezione dell’intervento di Berlino. La ferma deplorazione da parte del ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, nei confronti delle dichiarazioni del suo omologo turco Hakan Fidan, traccia una linea di demarcazione fondamentale per la diplomazia globale. La fermezza della Germania diviene così un esempio da seguire: forte della propria memoria storica, ha compreso che tollerare la disumanizzazione verbale nelle cancellerie europee o atlantiche costituisce il drammatico preludio alla violenza fisica.
Le Nazioni Unite e le altre grandi arene multilaterali hanno permesso per decenni ai leader iraniani di proliferare odio in nome di una distorta concezione della libertà di parola, arrivando di fatto a legittimarlo. Consentire che leader e ministri utilizzino i podi dell’Onu o dei forum internazionali per sdoganare pregiudizi antisemiti significa tradire i trattati istitutivi di quegli stessi organismi, nati proprio sulle ceneri della Seconda guerra mondiale. La comunità internazionale non può più limitarsi a “esprimere preoccupazione”: è giunto il momento di passare ai fatti attraverso provvedimenti concreti. Gli organismi internazionali devono dotarsi di regolamenti interni rigidi e di codici di condotta vincolanti. Chiunque utilizzi espressioni che deumanizzano un popolo o incitano all’odio etnico e religioso deve subire la sospensione immediata del diritto di parola nelle assemblee.
Il fatto che la Turchia sia un membro chiave della Nato rende le sue derive verbali ancora più gravi e intollerabili per l’Occidente. Quando Teheran o Ankara usano la leva del risentimento antisemita per raccogliere consenso politico interno o regionale, stanno attivamente minando l’architettura della pace globale. Il richiamo all’ordine sollevato da Berlino deve trasformarsi in una prassi collettiva: isolare e punire chi incita all’odio non è un atto di censura, ma il più alto esercizio di legittima difesa delle democrazie e dei diritti umani.